"Non
ebbi fede nell’amore, il desiderio, il piacere, nella mia visione
materialistica della vita, mi rese egoista nell'intimo del mio cuore,
sicché cercai solamente il mio piccolo piacere e fui duro, quando
qualcuno chiese il mio aiuto. Era la mia massima di vita, veramente
triste: vivere nel godimento di cose materiali e mai rinunciare alla
minima cosa in favore d'altri. Ora, senza nessuna possibilità di
godere cose materiali, con il desiderio non ancora del tutto spento,
anche se non può più essere soddisfatto. Questo è estremamente
tormentoso, difficilmente riesco a spiegarlo nel suo orrore. Non è
castigo di Dio, ma conseguenza di mia caratteristica, perciò ora
sono in questo stato.Ma l'amore di Dio, splende come luce celeste in
questa oscurità. E’ irradiato nel mio cuore, così che i compagni
dell'oscurità non riescono più a tenermi in loro potere. Lo tentano
continuamente, ma le loro ragioni non m'impressionano più e le loro
offese non hanno più eco nel mio cuore. Credo all'amore di Dio,
purtroppo con fede ancora fiacca, ma questa fiducia è già stata
premiata. Mi rallegro del dono per il giusto orientamento interiore
verso il mio destino. Questa è grazia di Dio, pensa a i figli, forse
più a quelli traviati. Credo che anche il più miserabile sia
oggetto prezioso per i suoi occhi, tanto prezioso che si stanca di
stendere le sue braccia verso costoro finché non trovano la giusta
strada e la felicità. Questo è il principio divino. Sono lieto di
essere giunto a questa conoscenza. Ascolto ciò che mi dicono le alte
guide. Loro vanno passo passo con me verso il mio rinnovamento
interiore. In base alla loro esperienza terrena circa la conoscenza e
consapevolezza universale, ora guidano qui nella vita i ciechi,
segnando la strada che l'Amore divino ha impresso nel nostro spirito.
Ora capisco che l'amore è decisivo, la gioia, la felicità e la pace
sono impensabili senza amore.Mio compito dimostrare nella convivenza
con i miei compagni, che interiormente sono diventato un altro.
Questa è la prova sull'esempio. La teoria è parte, ma la pratica
dimostra che è avvenuto un mutamento interiore. È mio e vostro
interesse non difettare , come purtroppo avviene, anche qui, a buon
proposito non segue l’azione. Perciò mi premunisco d'incontrare
tutti con gentilezza anche se apostrofato con espressioni terribili;
di non rispondere e non usare parole volgari o persino bestemmie, di
non lasciarmi deviare dalle affermazioni che non esiste alcuna
giustizia, ecc.Né mi lascio convincere di rinunciare agli esercizi
(insegnamenti da parte degli abitanti delle sfere superiori), anche
se mi deridono sempre di più. Sarebbero lieti che mi riducessi come
loro, per ritrovarmi poi nel loro stato sensibile alla luce e nella
più buia oscurità. Loro odiano la luce, perché il loro interiore è
buio. Finché esiste questo stato, si è dolorosamente sensibili alla
luce, come la luce solare agli occhi di un pipistrello.Purtroppo devo
dire che neanche a me inizialmente piacque la luce, che mostrava
inesorabile la verità. Cercai copertura. Particolarmente mi piacque
paragonarmi a coloro che, secondo la mia opinione, valevano ancora
meno di me... ma lentamente, con dolore ho dovuto capire. Quando
aprii gli occhi all’amore, fui graziato dei miei terrori terreni,
mi apparì del tutto chiaro alla coscienza. Seguì poi la mia
dimenticanza del comandamento d'amore da me scarsamente considerato.
Questa era la conoscenza fondamentale. Su questa potevo costruire, e
quest'opera continua. E’ la mia esperienza interiore da quando sono
qui, alla quale, corrisponde quella esteriore. L'oscurità e la
miseria della mia esistenza inizialmente erano terribili. Da un po'
di tempo è molto più facile. La mia casa è diventata più chiara,
il mio corpo comincia a splendere di più. Il mio vestito, in
relazione al mio interiore, è integro, mentre gli spiriti oscuri
vanno attorno con stracci lacerati, o più o meno rattoppati.
L'esteriore qui corrisponde esattamente all'interiore, ben
diversamente che nella vita terrena, dove il più grande furfante
porta spesso i più bei vestiti. Questo è uno stato terrificante.
Tuttavia coloro che si trovano qui ,ci si abituano e non pensano
affatto a che cosa sia dovuta questa loro condizione. Ingannano se
stessi: essi sono le vittime innocenti di selezione divina, che
conduce alcuni per le loro circostanze di vita nella luce, ed altri
caccia nell'oscurità.Questi sono modi di dire che qui si sentono di
continuo. Li conosco abbastanza, li ho spesso pronunciati io stesso.
Adesso però ho migliore conoscenza. Mi vergogno di non aver creduto
nell’amore e il desiderio più ardente è di riguadagnare il tempo
perduto. La mia casa non è più una mezza rovina, come le case della
maggioranza di qui. È diventata ospitale e lo diverrà sempre più
col mio progredire. Vorrei menzionare che ricevo visita del mio
spirito-guida. Mi aiuta in ogni modo e io lo amo con tutta
l'anima.Non possiedo alcun giardino. L'ambiente è deserto e vuoto.
Non si vedono né alberi né piante di qualsiasi genere: soltanto
montagne calde e pianure sterili ed incolte. Nella nostra notte non
ci sono né stelle luminose, né chiaro di luna. Tutto è avvolto in
uno scialbo crepuscolo, come in una nebbiosa e breve giornata
d'inverno. Solo all'orizzonte si nota un tenue barlume, che può
essere riflesso delle sfere di luce. I miei occhi sono spesso rivolti
là, mi appare come promessa che anch'io una volta arriverò alla
luce.Come vedi, la via dall'oscurità alla luce non è breve.
Talvolta penso: potessi dirlo almeno a tutti coloro che credono che
la vita terrena è da godersi egoisticamente. Forse sarebbero grati
se fossero avvertiti. Naturalmente i più probabilmente non credono
che dall'aldilà sia possibile un avvertimento. Un simile
avvertimento lo lascerebbero in balìa del vento, con la facile scusa
che nessuno è in grado di darne la prova, che è un'immaginazione
che inibisce il godimento della vita. Lo so per personale esperienza.
Ora vedo che non è immaginazione, ma realtà come ogni realtà
terrena.Mi raccomando ad una vostra intercessione. Mi è assai
preziosa e ve ne ringrazio anticipatamente." Lorenzo
Irene vive
Una raccolta di articoli tratti da siti e libri che trattano l'argomento della vita dopo la morte,con lo scopo di divulgare la conoscenza del cosidetto aldilà, affinche' chi lo desidera possa trarre giovamento da queste preziose informazioni per migliorare la propria vita di ora e quella dopo.
domenica 21 aprile 2013
sabato 30 marzo 2013
Rassegnazione nell’avversità
La
sofferenza è una legge del nostro pianeta. In ogni condizione, in
ogni età,
sotto
ogni clima, l’uomo soffre e piange, malgrado il progresso sociale,
milioni
d’esseri
si piegano ancora sotto il peso del dolore.
Le
classi elevate non vanno esenti dal male e gli spiriti più colti
sentono,
anche
più vivamente il dolore: il ricco soffre come il povero, nella carne
e nel
cuore,
e da ogni punto della terra si leva il lamento umano.
Anche
nell’abbondanza, un senso di oppressione, una vaga tristezza
s’impadronisce
talvolta delle anime sensibili, le quali intuiscono che il bene
non
è realizzabile quaggiù dove di esso traluce soltanto qualche
fuggitivo
bagliore.
Lo spirito anela a vite, a mondi migliori, e un intimo senso gli
dice
che
tutto non si trova quaggiù. Per colui che possiede la filosofia
degli spiriti,
questo
vago intuito diventa certezza: egli sa dove va, conosce il perché
dei suoi
mali,
la ragion d’essere della sofferenza, e, al di là delle ombre e
delle angosce
della
terra, intravede l’alba di una nuova vita.
Per
valutare i beni e i mali dell’esistenza, per sapere che cosa siano
veramente
la
fortuna e la sventura, bisogna elevarsi oltre la piccola cerchia
della vita
terrena.
La conoscenza della vita futura e della sorte che ci attende, ci
permetterà
di misurare le conseguenze delle nostre azioni, la loro influenza
sul
nostro avvenire.
Il
male, considerato da questo punto di vista, non sarà più per
l’uomo il
dolore,
la perdita delle persone care, la privazione e la miseria: soltanto
per
chi
non vede nel futuro, la povertà, l’infermità, la malattia possono
essere un
male.
Per lo spirito che vede dall’alto, il male sarà l’amore del
piacere,
l’orgoglio
la vita inutile e colpevole. Non si può giudicare di una cosa senza
conoscerne
le conseguenze, è perciò che nessuno comprende la vita se non ne
conosce
lo scopo e le leggi. Le prove, purificando l’anima, preparano la
sua
elevazione
e la sua felicità, mentre i godimenti della terra, le ricchezze, le
passioni,
la indeboliscono e le procurano, nell’altra vita, disinganni
amari.
Così
colui che soffre d’anima e di corpo, che è oppresso
dall’avversità, può
alzare
lo sguardo al cielo; egli sta pagando il suo debito al destino, sta
conquistando
la propria liberazione. Ma colui che si compiace nella
sensualità,
si fabbrica le proprie catene, accumula sempre nuove
responsabilità
che peseranno gravemente sul suo avvenire.
Il
dolore, sotto tutte le forme, è il rimedio supremo delle
imperfezioni e delle
infermità
dell’anima; senza il dolore non è possibile la guarigione. Come
le
malattie
organiche sono spesso la conseguenza dei nostri eccessi, così le
prove
morali
che ci colpiscono sono il risultato delle nostre colpe passate che,
presto
o
tardi, ricadono su di noi colle loro logiche conseguenze, poiché
tale è la legge
di
giustizia e di equilibrio morale. Accettiamone gli effetti come ci
assoggettiamo
ai rimedi amari, alle dolorose operazioni che devono ridonare
al
nostro corpo la salute e l’agilità. Anche quando la tristezza, le
umiliazioni e
la
rovina ci accasciano, non disperiamo: l’agricoltore squarcia il
seno della
terra
per farne scaturire la messe dorata, così dallo strazio dell’anima
nostra
germoglierà
una copiosa fioritura di bene.
L’azione
del dolore stacca da noi l’impuro e il malvagio, i vizi, i
desideri, tutto
ciò
che viene dalla terra e che a questa deve ritornare. L’avversità è
la grande
maestra,
il campo fertile della trasformazione; alla sua scuola le passioni
malvagie
si cambiano gradatamente in generose, in amore del bene: nulla va
perduto.
Ma questa trasformazione è lenta e difficile: soltanto la
sofferenza, la
lotta
costante contro il male, il sacrificio di sé, possono realizzarla;
per loro
mezzo
l’anima acquista l’esperienza e la saggezza e, da frutto verde ed
acido
qual
era, si cambia, sotto l’onda rigeneratrice della prova e sotto i
raggi del
divin
sole, in frutto dolce, profumato, maturo per le più alte sfere.
Soltanto
l’ignoranza delle leggi universali può renderci odiose le nostre
sofferenze:
se comprendessimo che esse sono necessarie al nostro progresso,
e
non ne temessimo l’amarezza, non ci sarebbero più di peso. Ma noi
tutti
fuggiamo
il dolore, e non ne apprezziamo l’utilità, se non abbandonando il
mondo
su cui egli esercita il suo impero.
Eppure
l’opera del dolore è feconda, esso fa germogliare in noi tesori di
pietà,
di
tenerezza, di affetto: coloro che non lo conobbero, nulla valgono, la
loro
anima
si commuove alla superficie, ma nulla in essi è profondo, né il
sentimento,
né la ragione; e, non avendo mai sofferto, assistono indifferenti
alle
sofferenze altrui.
Nella
nostra cecità, noi imprechiamo alle esistenze oscure, monotone,
dolorose,
ma quando spingiamo lo sguardo oltre gli orizzonti limitati della
terra,
quando troviamo il vero scopo della vita, comprendiamo che queste
esistenze
sono preziose, indispensabili per domare gli spiriti orgogliosi, per
sottometterci
a quella disciplina morale senza cui non vi è progresso.
Liberi
di agire, esenti da ogni cura e da ogni male, noi ci abbandoniamo
alla
foga
delle passioni, all’impulso del carattere e, lungi dal lavorare al
nostro
miglioramento,
non facciamo che aggiungere nuove colpe alle passate. Provati
dal
dolore di umili esistenze, acquistiamo invece la pazienza, la
riflessione, e
quella
calma della mente che, sola, permette di intendere la voce superiore
della
ragione.
Nel
crogiuolo del dolore si plasmano le grandi anime: talvolta angeli di
bontà
vengono,
sotto il nostro sguardo, a vuotare il calice delle amarezze, come
esempio
ai travolti dalla bufera delle passioni. La prova è una riparazione
necessaria,
accettata con conoscenza di causa da molti di noi; che questo
pensiero
ci sostenga nell’ora del pericolo, che l’esempio dei mali
sopportati da
altri
con rassegnazione toccante, ci doni la forza di rimanere fedeli alle
nostre
promesse,
ai virili propositi formati prima di unirci alla carne.
La
nuova fede risolve il problema della purificazione per mezzo del
dolore. La
voce
degli spiriti ci incoraggia nelle ore difficili; essi, che già
subirono tutte le
agonie
dell’esistenza terrestre, ci dicono oggi:
«Soffersi
e non fui felice che del mio soffrire; per esso scontai molti anni
di
fasto
e di piaceri. La sofferenza mi insegnò a pensare e a pregare; mai
prima,
fra
l’ebbrezze del piacere, la riflessione salutare mi era penetrata
nell’anima,
mai
la preghiera aveva sfiorato il mio labbro. Benedette le prove che mi
apersero
finalmente la via della sapienza e della verità».
Tratto da: Dopo la Morte - Leon Denis -
martedì 12 marzo 2013
Mondi d’espiazione e di prova
Che dirvi dei mondi d’espiazione che voi già non sappiate,
poiché vi basta guardare la terra in cui abitate? La superiorità
dell’intelligenza di un gran numero dei suoi abitanti dimostra che non
è uno dei mondi primitivi, destinato alla incarnazione di Spiriti appena
formati dalle mani del Creatore. Le qualità innate che recanò in loro
sono la prova che hanno già vissuto e che hanno fatto un certo
progresso; ma anche i numerosi vizi ai quali si abbandonano, sono
indizio di una grande imperfezione morale. Ecco perché Dio li ha
inviati su una terra ingrata ad espiare le loro colpe con un lavoro
penoso e le miserie della vita, fino a quando essi non abbiano
meritato di trasferirsi in un mondo più felice.
Tuttavia, non tutti gli Spiriti incarnati sulla terra vi sono stati
inviati ad espiare. Le razze che voi chiamate selvagge sono composte
da Spiriti appena usciti dall’infanzia e che vi si trovano, per così dire,
per educarsi, sviluppandosi a contatto con Spiriti più progrediti. Poi
vengono le razze civilizzate a metà, che sono formate da questi stessi
Spiriti in via di progresso. Sono esse, in certo modo, le razze indigene
della terra, che sono cresciute a poco a poco in seguito a lunghi
periodi secolari, alcune delle quali hanno potuto raggiungere il
perfezionamento intellettuale dei popoli più illuminati.
Gli Spiriti che debbono espiare vi sono, se è possibile esprimersi
così, esotici, stranieri: hanno già vissuto su altri mondi dai quali sono
stati esclusi a causa della loro ostinazione nel male e perche vi
costituivano cause di turbamenti per gli Spiriti buoni. Sono stati
relegati per un certo tempo fra gli Spiriti più arretrati che hanno la
missione di far progredire, perché hanno portato con loro
un’intelligenza sviluppata ed i germi di conoscenze acquisite. È per
questo che gli Spiriti che sono in stato di punizione si trovano proprio
fra le razze più intelligenti; queste razze sono quelle per le quali le
miserie della vita hanno maggiore amarezza, perché sono più sensibili
e perché sono più colpite dal contatto con le razze primitive il cui
senso morale è più ottuso.
La terra presenta dunque uno dei tipi di mondi d’espiazione, le
cui varietà sono infinite, ma che hanno il comune carattere di servire
da luoghi d’esilio per gli Spiriti ribelli alla legge di Dio. In tali mondi
questi Spiriti debbono lottare in pari tempo contro la perversità degli
uomini e contro l’inclemenza della natura, duplice lavoro penoso che
sviluppa tanto le qualita del cuore quanto quelle dell’intelligenza. È
così che Dio, nella sua bontà, volge lo stesso castigo a profitto del
progresso dello Spirito. (SANT’AGOSTINO, Parigi, 1862).
Tratto da: Il Vangelo secondo lo spiritismo -Allan Kardek-
poiché vi basta guardare la terra in cui abitate? La superiorità
dell’intelligenza di un gran numero dei suoi abitanti dimostra che non
è uno dei mondi primitivi, destinato alla incarnazione di Spiriti appena
formati dalle mani del Creatore. Le qualità innate che recanò in loro
sono la prova che hanno già vissuto e che hanno fatto un certo
progresso; ma anche i numerosi vizi ai quali si abbandonano, sono
indizio di una grande imperfezione morale. Ecco perché Dio li ha
inviati su una terra ingrata ad espiare le loro colpe con un lavoro
penoso e le miserie della vita, fino a quando essi non abbiano
meritato di trasferirsi in un mondo più felice.
Tuttavia, non tutti gli Spiriti incarnati sulla terra vi sono stati
inviati ad espiare. Le razze che voi chiamate selvagge sono composte
da Spiriti appena usciti dall’infanzia e che vi si trovano, per così dire,
per educarsi, sviluppandosi a contatto con Spiriti più progrediti. Poi
vengono le razze civilizzate a metà, che sono formate da questi stessi
Spiriti in via di progresso. Sono esse, in certo modo, le razze indigene
della terra, che sono cresciute a poco a poco in seguito a lunghi
periodi secolari, alcune delle quali hanno potuto raggiungere il
perfezionamento intellettuale dei popoli più illuminati.
Gli Spiriti che debbono espiare vi sono, se è possibile esprimersi
così, esotici, stranieri: hanno già vissuto su altri mondi dai quali sono
stati esclusi a causa della loro ostinazione nel male e perche vi
costituivano cause di turbamenti per gli Spiriti buoni. Sono stati
relegati per un certo tempo fra gli Spiriti più arretrati che hanno la
missione di far progredire, perché hanno portato con loro
un’intelligenza sviluppata ed i germi di conoscenze acquisite. È per
questo che gli Spiriti che sono in stato di punizione si trovano proprio
fra le razze più intelligenti; queste razze sono quelle per le quali le
miserie della vita hanno maggiore amarezza, perché sono più sensibili
e perché sono più colpite dal contatto con le razze primitive il cui
senso morale è più ottuso.
La terra presenta dunque uno dei tipi di mondi d’espiazione, le
cui varietà sono infinite, ma che hanno il comune carattere di servire
da luoghi d’esilio per gli Spiriti ribelli alla legge di Dio. In tali mondi
questi Spiriti debbono lottare in pari tempo contro la perversità degli
uomini e contro l’inclemenza della natura, duplice lavoro penoso che
sviluppa tanto le qualita del cuore quanto quelle dell’intelligenza. È
così che Dio, nella sua bontà, volge lo stesso castigo a profitto del
progresso dello Spirito. (SANT’AGOSTINO, Parigi, 1862).
Tratto da: Il Vangelo secondo lo spiritismo -Allan Kardek-
venerdì 1 marzo 2013
Le prove e la morte
Fissando
lo scopo dell’esistenza oltre la fortuna e il piacere, un intero
rivolgimento
si opera nel nostro modo di comprendere la vita. L’universo è un
campo
ove l’anima combatte per la propria elevazione, ed essa la
raggiunge
cogli
sforzi coi sacrifici, colle sofferenze. Tanto il dolore fisico quanto
quello
morale,
sono elementi necessari dell’evoluzione, mezzi potenti di sviluppo
e di
progresso
che ci insegnano a conoscerci meglio, a dominare le nostre
passioni,
ad amarci sempre più. L’essere deve acquistare nel suo cammino la
fede,
la scienza e l’amore; più sa, più ama e più si eleva. La
sofferenza ci
obbliga
a studiare per combattere e vincere le cause che la producono, e la
conoscenza
delle cause risveglia in noi una più viva simpatia per coloro che
soffrono.
Il
dolore è la suprema purificazione, la scuola a cui si attinge la
pazienza, la
rassegnazione,
tutte le doverose austerità; è la fiamma al di cui fuoco si fonde
l’egoismo
e si consuma l’orgoglio. Tal volta, nelle tristi contingenze,
l’anima
provata
si ribella, rinnega Dio e la sua giustizia; ma quando, passato
l’uragano,
essa si esamina, comprende che quel male apparente non era altro
che
un bene, e riconosce che il dolore seppe renderla migliore, più
accessibile
alla
pietà, più tenera verso gli infelici.
Tutti
i mali della vita concorrono al nostro perfezionamento; il dolore,
l’umiliazione,
l’infermità, la sventura, separano lentamente il meglio dal
peggio,
ed è per ciò che quaggiù vi sono più sofferenze che gioie. La
prova
tempra
il carattere, affina i sentimenti, doma le anime impulsive o
superbe.
Anche
il dolore fisico ha la sua utilità. Esso scioglie chimicamente i
legami che
avvincono
lo spirito alla carne, lo libera dai fluidi pesanti che lo avvolgono
anche
dopo la morte, e lo trattengono nelle regioni inferiori. Così si
spiega, in
certi
casi, la morte prematura dei fanciulli: sono anime che avendo
acquistato
il
sapere e la virtù occorrenti per ascendere, vennero arrestate nel
loro volo da
un
residuo di materialità, e ritornano a completare la loro
purificazione nella
sofferenza.
Non
imprechiamo al dolore, esso soltanto può strapparci alla
indifferenza e
alla
voluttà, esso solo ci plasma l’anima donandole la sua forma più
pura, la
sua
più perfetta bellezza.
L’esperienza
è un rimedio infallibile per la nostra ignoranza, e la Provvidenza
procede
con noi come farebbe una madre antiveggente con un suo indocile
figlio.
Quando noi resistiamo ai suoi richiami e trascuriamo i suoi
avvertimenti,
essa ci abbandona alle delusioni ed ai rovesci, poiché l’avversità
è
la miglior scuola della saggezza.
Tale
è il destino della maggioranza; sotto un cielo solcato da qualche
raro
lampo,
noi dobbiamo percorrere un’ardua via, coi piedi lacerati dai rovi
e
dalle
pietre. Uno spirito in nere vesti guida i nostri passi: è il dolore
- dolore
santo
che noi dobbiamo benedire, poiché, scuotendo il nostro essere, lo
sbarazza
dei vani gingilli di cui si compiace ornarsi, e lo rende atto a
sentire
ciò
che è nobile e bello.
Dati
questi principi, la morte perde il suo spaventoso carattere, e
risulta una
trasformazione
necessaria, un rinnovamento. In realtà nulla può morire, la
morte
non è che apparente; soltanto la forma esterna si muta, il principio
di
vita,
l’anima, rimane nella sua unità permanente ed indistruttibile.
Essa
si ritrova al di là della tomba col suo corpo fluidico, nella
pienezza delle
sue
facoltà, con ciò che ha potuto acquistare - intelligenza,
aspirazioni, virtù,
tutte
le potenze di cui si è arricchita durante le sue esistenze
terrestri.
Sono
questi i beni imperituri di cui parla il Vangelo, i beni che «i
vermi e la
ruggine
non rodono e i ladri non rubano» sono queste le sole ricchezze che
possiamo
portare con noi, e realizzare nella vita futura.
La
morte, e la reintegrazione che a suo tempo la segue, sono due forme
essenziali
del progresso; interrompendo le radicate abitudini che abbiamo
contratto,
esse ci riconducono in altri ambienti, danno ai nostri pensieri un
diverso
indirizzo, ci costringono a piegare il nostro spirito ai mille
aspetti
dell’ordine
sociale e universale.
Quando
giunge la sera della vita, allorché la nostra esistenza sta per
passare,
come
la pagina di un libro che si svolge per far luogo ad una pagina
bianca, ad
una
pagina nuova, l’uomo saggio consulta il suo passato e richiama
alla
memoria
le sue azioni. Felice colui che in tale momento può dire a sé
stesso di
aver
speso bene i suoi giorni; felici coloro che accolsero con
rassegnazione e
sopportarono
con coraggio le loro prove! Essi, affinando l’anima nel dolore,
ne
eliminarono tutto ciò che vi era di fiele ed amarezza. Ripensando a
questa
vita
difficile, il saggio benedirà le pene sofferte, e con serena
coscienza, senza
paura,
vedrà avvicinarsi l’istante della partenza.
Bando
alle teorie che fanno della morte la soglia del nulla o il preludio
dei
castighi
eterni; tetri fantasmi della teologia, dogmi spaventevoli, sentenze
inesorabili,
supplizi dell’inferno, fate luogo alla speranza, alla vita eterna!
Non
una
cieca tenebra, ma una luce abbagliante ci nasconde la tomba.
Avete
mai osservato la farfalla, dalle ali dorate uscire dall’informe
crisalide,
dal
ripugnante involucro del bruco, nel quale l’insetto strisciava sul
suolo?
L’avete
veduta libera, nell’aria e nel sole, svolazzare di fiore in fiore?
Nessuna
rappresentazione
più fedele del fenomeno della morte. Anche l’uomo è una
crisalide
che la morte trasforma; il corpo umano l’involucro di carne,
ritorna
al
gran letamaio, la nostra miserabile spoglia rientra nel laboratorio
della
natura,
ma lo spirito, che ha compiuta l’opera sua, si slancia verso una
vita più
alta,
verso la vita spirituale che segue a quella corporea, e separa ognuna
delle
nostre
incarnazioni come il giorno divide le notti.
Compresi
da questa fede noi non temeremo la morte e, come gli antichi Galli,
oseremo
fissarla senza terrore. Non più lamenti e lagrime, non più pompe
sinistre
e lugubri canti: i nostri funerali diventeranno una festa che
celebrerà
la
liberazione dell’anima, il suo ritorno alla vera patria.
La
morte è la grande rivelatrice; quante volte nelle ore di prova,
quando fa
buio
intorno a noi ci siamo domandati: «Perché sono nato? Perché non
rimasi
nella
notte profonda, là dove non si sente e non si soffre, dove si dorme
il
sonno
eterno?». E in queste ore di dubbio e di angoscia una voce si leva e
sale
fino
a noi, e questa voce dice: «Soffri per crescere e per purificarti;
sappi che il
tuo
destino è grande, che questa fredda terra non sarà il tuo sepolcro.
I mondi
che
brillano nella corona dei cieli sono le tue dimore future, l’eredità
che Dio
ti
riserva. Tu sei per sempre cittadino dell’universo; appartieni ai
secoli
passati
come ai secoli avvenire. Nell’ora presente stai preparando la tua
elevazione:
sopporta dunque con calma i mali scelti da te. Semina nel dolore e
nelle
lagrime il grano che germoglierà nelle tue vite future, semina anche
per
gli
altri, come altri seminarono per te! Spirito immortale, avanza con
passo
fermo
sul sentiero erto, verso le altezze da cui l’avvenire ti apparirà
senza veli.
L’ascensione
è penosa, e il sudore bagnerà spesso la tua fronte, ma dalla vetta
tu
vedrai spuntare la grande luce, vedrai salire all’orizzonte il sole
della verità
e
della giustizia!».
Quella
che così ci parla è la voce dei morti, delle anime amate che ci
precedettero
nel regno della vera vita. Esse non dormono sotto la lapide del
sepolcro
ma vegliano sopra di noi; dalle profondità dell’invisibile ci
contemplano
e ci sorridono, e - mistero divino ed adorabile - ci parlano e ci
dicono:
«Il dubbio è sterile, lavorate ed amate: quando avrete compiuta la
vostra
parte, la morte ci unirà di nuovo».
Tratto da: Leon Denis - Dopo la Morte -
venerdì 22 febbraio 2013
Mondi inferiori e mondi superiori

La
qualifica di mondi inferiori e mondi superiori è piuttosto
relativa
che assoluta. Un mondo è inferiore o superiore in rapporto a
quelli
che sono al di sotto o al di sopra di esso nella scala del
progresso.
Prendendo
la terra come paragone, ci si può fare un’idea dello
stato
di un mondo inferiore, supponendo che l’uomo vi si trovi al
grado
di razze selvagge o di nazioni barbare, come se ne trovano
ancora
sulla terra, e che sono i residui del suo stato primitivo. Nei
mondi
ancora più arretrati, gli esseri che li abitano sono in qualche
modo
rudimentali: hanno la forma umana, ma senza nessuna
bellezza;
gli istinti non vi sono temperati da nessun senso di
delicatezza
o di benevolenza, né dalle nozioni di giusto e ingiusto: la
forza
bruta è la sola legge che li governa. Senza industrie, senza
invenzioni,
gli abitanti non si occupano nella loro vita che della
conquista
del cibo. Tuttavia, Dio non abbandona mai nessuna delle
sue
creature: la fundo alle tenebre dell’intelligenza, giace, sempre
latente,
più o menu sviluppata, la vaga intuizione di un essere
supremo.
Questo istinto basta a renderli superiori gli uni agli altri e
prepara
il loro sbocciare in una vita più completa: perché essi non
sono
essere degradati, ma bambini che crescono.
Fra
questi stati inferiori e quelli più elevati vi sono innumerevoli
gradini,
e sarebbe difficile riconoscere negli Spiriti puri, smaterializzati
e
risplendenti nella loro gloria, quelli che furono questi esseri
primitivi;
così come sarebbe difficile riconoscere l’embrione nell’uomo
adulto.
Nei
mondi che hanno raggiunto un grado superiore le
condizioni
di vita morali e materiali sono del tutto diverse, anche da
quelle
sulla terra. La forma del corpo è sempre, come ovunque, la
forma
umana, ma abbellita, perfezionata e soprattutto più pura. Il
corpo
non ha più nulla della materialità terrestre e non è soggetto, in
conseguenza,
né ai bisogni, né alle malattie, né al deterioramento che
è
originato dal predominio della materia. I sensi, più raffinati,
hanno
delle
percezioni che quaggiù vengono soffocate dalla grossolanità
degli
organi; la legerezza del peso del corpo rende la locomozione
facile
e spedita; invece di trascinarsi penosamente sul suolo, il loro
corpo
scivola, per così dire, sulla superficie, o si libra al di sopra di
essa
nell’atmosfera, senza altro sforzo che quello della volontà. Allo
stesso
modo con cui si rappresentano gli angeli o con cui gli Antichi si
immaginavano
i mani nei Campi Elisi. Gli uomini conservano a loro
volontà
la fisionomia che hanno avuto nelle loro migrazioni passate
ed
appaiono ai loro amici come questi li hanno conosciuti, ma
illuminati
da una luce divina, trasfigurati dalle impressioni interiori
che
sono sempre nobilmente elevate. lnvece di avere volti oscuri,
segnati
dalle sofferenze e dalle passioni, sul loro viso l’intelligenza e
la
vita irraggiano quella luminosità che i pittori hanno dipinto con
il
nimbo
o l’aureola dei santi.
La
scarsissima resistenza che la materia presenta per degli Spiriti
già
avanzatissimi, fa sì che lo sviluppo del corpo sia rapido e
l’infanzia
breve,
quasi nulla; la vita, esente da preoccupazioni o angosce, è, in
proporzione,
molto più lunga che non sulla terra. In principio, la
longevità
è proporzionata al grado di progresso del mondo in cui
sono.
La morte non risente affatto degli orrori della decomposizione;
lungi
dall’essere una causa di spavento, è considerata come una felice
trasformazione,
perché in quello stato non esistono dubbi sul futuro.
Durante
la vita l’anima, non essendo rinserrata da una materia
pesante,
è raggiante e gode di una lucidità che le consente uno stato
quasi
permanente di emancipazione, permettendole la libera
trasmissione
del pensiero.
La questi mondi felici i rapporti fra popoli, sempre
amichevoli,
non
son turbati mai dall’ambizione di asservire il vicino, né dalla
guerra
chie di questa ambizione è la conseguencia. Non vi sono né
padroni
né schiavi, né privilegi di nascita; la superiorità morale e
dell’intelligenza
è la sola che fissa le differenze di condizioni e
costituisce
la supremazia. L’autorità è sempre rispettata perché non
proviene
che dal merito e perché si esercita sempre con giustizia.
L’uomo
non cerca mai di innalzarsi sopra l’uomo, ma soltanto al di
sopra
di se stesso, perfezionandosi. Il suo fine è quello di raggiungere
il
grado di Spirito puro, ma questo desiderio incessante non è mai un
tormento
ma una nobile ambizione che lo fa studiare con ardore per
arrivare
ad eguagliare il suo ideale. Tutti i sentimenti teneri ed elevati
della
natura umana, si trovano elevati e purificati: l’odio, le gelosie
meschine,
le basse cupidigie dell’invidia, non ezistono. Un legame
d’amore
e di fraternità unisce tutti gli uomini, e i più forti aiutano i
più
deboli.
Essi possiedono, più o meno, quanto hanno acquisito grazie
alla
loro intelligenza, ma nessuno soffre per la mancanza di ciò che gli
è
necessario, perché non ha da espiare nulla. In una parola: non
esiste
il male.
Nel
vostro mondo voi avete bisogno del male per intendere il
bene,
della notte per ammirare la luce, della malattia per apprezzare
la
salute. Là, invece, questi contrasti non sono necessari: la luce
eterna,
l’eterna bellezza, la calma eterna dell’anima, procurano una
gioia
eterna che non è turbata né dalle angosce della vita materiale,
né
dai contatti con i malvagi che non possono accedervi. Ecco ciò che
lo
spirito umano non può comprendere: è stato abile nel dipingere i
tormenti
dell’inferno ma non è stato mui capace di rappresentare le
gioie
del cielo: perché? Perché, essendo inferiore non ha sofferto che
pene
e miserie, ma non ha mai intraveduto gli splendori celesti, e non
può
parlare di ciò che non conosce: ma, a misura che si innalza e si
purifica,
il suo orizzonte s’illumina ed esso comprende il bene che gli
si
offre innanzi, come ha capito il male che ha superato.
Tuttavia,
questi mondi fortunati non sono affatto mondi
privilegiati,
perché Dio non fa parzialità per nessuno dei suoi figli; dà
a
tutti gli stessi diritti e la stessa facilità per ottenerli; li fa
partire tutti
da
un eguale inizio e non accorda a nessuno maggiori doti che agli
altri:
tutti possono accedere ai primi ranghi, sta a loro conquistarli col
loro
lavoro, raggiungerli il più presto possibile o languire per secoli
e
secoli
nei bassi fondi dell’umanità.
Tratto
da : Il Vangelo secondo lo spiritismo di Allan Kardec
venerdì 15 febbraio 2013
DESTINAZIONE DELLA TERRA. CAUSA DELLE MISERIE UMANE
-->
Ci
si stupisce di trovare sulla terra tanta malvagità e tante
passioni
cattive, tanta miseria e tante infermità di ogni genere, e se
ne
trae l’impressione che la specie umana è davvero triste. Questo
giudizio
nasce dal limitato ponto di vista in cui ci si pone e che dà
un’idea
falsa del complesso delle cose. Occorre considerare che sulla
terra
non si può vedere tutta l’umanità, soltanto una piccola frazione
di
essa. In realtà la specie umana comprende tutti gli esseri dotati
di
ragione
che popolano gli innumerevoli mondi dell’universo: ora che
cosa
rappresenta la popolazione della terra di fronte alla popolazione
totale
di tutti questi mondi? Molto meno che un paesino in rapporto
ad
un grande impero. La situazione materiale e morale dell’umanità
terrestre
non ha nulla di stupefacente se ci si rende conto della
destinazione
della terra e della natura di quelli che l’abitano.
Ci
si farebbe un’idea falsissima degli abitanti di una grande città
se
si giudicassero dalla popolazione dei quartieri più infimi e più
sordidi.
In un ospizio non si vedono che malati e storpi; in un bagno
penale
si trovano tutte le turpitudini e tutti i vizi riuniti; nelle
contrade
insalubri
la maggior parte degli abitanti è pallida, magra e malaticcia.
Ebbene!
che ci si figuri la terra come un quartiere d’estrema periferia,
un
ospizio, un penitenziario, un paese insalubre, e si capirà perché
le
afflizioni
hanno la meglio sulle gioie. Perché non si mandano
all’ospizio
le persone che stanno bene, né in casa di correzione quelli
che
non hanno fatto nessun male: e né gli ospizi né le case di
correzione
sono luoghi di delizie.
Così
come in una città non tutta la popolazione è negli ospizi o
nelle
prigioni, non tutta l’umanità è sulla terra: come si esce
dall’ospizio
quando si è guariti e dalla prigione quando si è scontata la
pena,
l’uomo lascia la terra per mondi migliori quando è guarito dalle
sue
infermità morali.
DIVERSE
CATEGORIE DI MONDI ABITATI
Dagli
insegnamenti impartiti dagli Spiriti si apprende che i
diversi
mondi, in quanto a grado di progresso o di inferiorità dei loro
abitanti,
sono in condizioni molto differenti l’uno dall’altro. Fra i
mondi
ve
ne sono in cui gli abitanti sono anche inferiori fisicamente e
moralmente
a quelli della terra; altri sono allo stesso grado di essa,
ed
altri ancora le sono superiori sotto tutti gli aspetti. Nei mondi
inferiori
l’esistenza è completamente materiale, le passioni vi regnano
sovrane,
la vita morale è presso a poco nulla. Man mano che questa
si
sviluppa diminuisce l’influenza della materia, così che nei mondi
più
progrediti
la vita è, si può dire, tutta spirituale.
Nei
mondi intermedi, vi è contemporaneamente il bene e il
male,
predominando l’uno o l’altro a seconda del grado di progresso.
Per
quanto non sia possibile fare una classificazione precisa dei
diversi
mondi, tuttavia è possibile, a seguito del loro stato e della loro
destinazione,
basandosi sulle più decisive sfumature, dividerli in
maniera
generica come segue: mondi primitivi, destinati alle prime
incarnazioni
dell’anima umana; mondi di espiazione e di prova, in cui
domina
il male; mondi di rigenerazione in cui le anime che debbono
ancora
espiare tragono nuove forze, pur riposandosi dalle fatiche
della
lotta; mondi felici, in cui il bene supera il male; mondi celesti o
divini,
soggiorni degli Spiriti purificati, in cui regna sovrano solo il
bene.
La terra appartiene alla categoria dei mondi di espiazione e di
prova,
ed è per questo che gli uomini vi sono esposti a tanto miserie.
Gli
Spiriti incarnati su di un mondo non sono affatto
definitivamente
destinati ad esso e non vi percorrono tutte le fasi
progressive
che debbono percorrere per raggiungere la perfezione.
Quando
hanno raggiunto su un mondo il grado di progresso che esso
ammette,
passano in un altro più progredito, e così di seguito fino a
che
siano arrivati allo stato di puri Spiriti. Sono altrettante tappe in
ciascuna
delle quali gli Spiriri trovano elementi di progresso
proporzionati
al loro avanzamento. Per essi, passare da un mondo ad
un
altro di ordine superiore è un premio, come è invece un castigo
dover
prolungare il loro soggiorno in un mondo infelice o essere
relegati
in un mondo ancora più infelice di quello che sono costretti ad
abbandonare,
quando sono ostinati nel male.
Tratto da : Il Vangelo secondo lo
spiritismo di Allan Kardec
domenica 10 febbraio 2013
La malinconia
-->
Sapete perché una vaga tristezza si
impadronisce talvolta dei
vostri cuori e vi fa trovare la vita
tanto amara? È il vostro Spirito che
aspira alla felicità ed alla libertà,
e che, legato al corpo che gli serve
da prigione, si esaurisce in vani
sforzi per uscirne. Ma, vedendo che i
suei sforzi non ottengono il loro
scopo, finisce per cadere nello
scoraggiamento e, siccome il corpo
subisce la sua influenza, il
languore, lo scoramento ed una specie
di apatia s’impadroniscono di
voi, facendovi sentire infelice.
Ascoltatemi; resistete energicamente a
queste impressioni che
indeboliscono la vostra volontà.
Queste aspirazioni ad una vita
migliore sono innate in tutti gli
uomini, ma non cercate di realizzarle
quaggiù. Adesso che Dio vi manda i
suoi Spiriti per istruirvi circa la
felicità che vi riserva, aspettate con
pazienza l’angelo della liberazione
che vi aiuterà a rompere i legami che
tengono prigioniero il vostro
Spirito. Pensate che, durante il vostro
periodo di prova sulla terra, voi
dovete compiere una missione che
ignorate vi sia stata affidata, cosi
dedicandovi alla vostra famiglia con
l’adempiere tutti i diversi compiti
di cui Dio vi ha incaricati. E se,
durante tale prova e assolvendo i
vostri impegni, vi vedrete colpiti
dagli affanni, dalle inquietudini, dai
dolori, siate forti e coraggiosi per
sopportarli. Affrontateli
decisamente; sono di breve durata e
dovranno condurvi presso gli
amici che voi piangete, che si
rallegreranno del vostro arrivo fra loro
e vi apriranno le braccia per condurvi
in un luogo in cui non possono
accedere i dolori della terra.
(FRANÇOIS DE GENÈVE, Bordeaux).
Tratto da : Il Vangelo secondo lo
spiritismo di Allan Kardec
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