lunedì 24 settembre 2012

La Vita Una


L’Universo intero ci rimanda l’evidenza della Legge di evoluzione, che conduce ogni forma ad uno stato sempre più avanzato; il termine indica uno sviluppo dall’interno all’esterno, che prende l’avvio da un centro interiore il quale custodisce e tiene in memoria lo schema della forma iniziale e delle potenzialità future.
Si può definire l’evoluzione come lo sviluppo progressivo della capacità di rispondere; e il processo evolutivo come  la capacità sempre più adeguata di registrare e risuonare alle vibrazioni, prima del proprio piano, poi di quelli più elevati.
Una Vita centrale unificata comprende e sintetizza tutte le unità in evoluzione, sia della materia (atomi chimici e fisici) sia della  coscienza (esseri umani).
E’ questa anche la visione di Giordano Bruno, il quale proclama che:


  • esiste un infinito universo, fatto di infiniti mondi, eternamente evolventi;

  • nell’universo opera una provvidenza universale, che armonizza ogni cosa, tutto indirizzando alla divina Sorgente, Monade delle monadi;

  • scopo dell’uomo è quello di tentare di armonizzarsi con il tutto, in una “ascesa furente”:

Nell’universo esiste una profonda unità, è impensabile che ogni parte non corrisponda al tutto in una suprema armonia. La natura è viva e vivificata dal soffio divino. Tutte le cose sono nell’universo e l’universo è in tutte le cose; noi in quello, quello in noi; e così tutto concorre in una perfetta unità…perché questa unità è sola e stabile, e sempre rimane; questo Uno è eterno; ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla…
(G. Bruno, Gli eroici furori)

 

L’intera Manifestazione non è che l’insieme dei diversi stati di coscienza, dovuti a diversi stati evolutivi, dalla materia più grossolana all’uomo più avanzato; attraverso le forme esteriori la Vita entro di essa, o Intelligenza (da inter legere, scegliere discernere), si adegua al Proposito, che tende, sempre più evidentemente, alla perfezione.
L’evoluzione può anche essere definita “sviluppo ciclico”; la natura, infatti, ripete i suoi cicli finché la sostanza non abbia portato a termine determinati processi, adeguandosi in modo sempre più idoneo alla vibrazione più elevata. Ciò avviene mediante lo sviluppo del discernimento che nell’atomo si manifesterà come adattamento, nel sistema solare come attrazione-repulsione, nell’uomo come libero arbitrio.
Si afferma ne “La coscienza dell’atomo” di Alice A. Bailey, teosofa, allieva del Maestro Djwhal Khul, conosciuto come “il Tibetano”, che gli stadi che caratterizzano il processo evolutivo sono tre e corrispondono alle età dell’uomo: infanzia, adolescenza e maturità; questi stessi passaggi  possono ritrovarsi nello sviluppo delle civiltà:

  1. stadio dell’energia atomica;

  2. stadio della coscienza di gruppo;

  3. stadio della sintesi.

Lo stadio dell’energia atomica è primitivo e separativo.
Nei primi stadi dell’evoluzione l’uomo si crede  un individuo separato, vivendo egoisticamente prima per sé, poi per il gruppo familiare più intimo e sperimentando così la propria energia atomico-individualistica interna; questa stessa fase viene attraversata nell’infanzia dell’umanità e nell’infanzia di ogni essere umano.

Lo stadio della coscienza di gruppo riguarda la costruzione di forme coerenti maggiori, composte di forme minori.
L’uomo sposta l’attenzione dalla propria piccola vita al centro maggiore; da atomo diventa elettrone di una Vita più grande che lo tiene nella suo sfera di irradiazione e di cui comincia a intravedere il Piano ed il Proposito, così da poter collaborare, nei limiti che il suo sviluppo evolutivo consente.
In questo stadio - che  può essere paragonato a quello della radioattività - cominciano a manifestarsi le qualità dell’amore e della responsabilità:

 

…nel caso dell’essere umano (questo stadio) corrisponde al risveglio del senso della responsabilità e al riconoscimento del suo posto nel gruppo. Questo richiede la capacità di riconoscere una vita più grande di lui stesso, sia essa chiamata Dio o semplicemente ritenuta come la vita del gruppo al quale un uomo appartiene come unità, quella della grande Identità della quale ognuno di noi è parte. (Alice A. Bailey, La coscienza dell’atomo)

 

Lo stadio dell’esistenza unificata e sintetica corrisponde allo stato dell’essere umano adulto, che ha un piano ben definito; esso è ancora  lontano dall’attuale umanità.
In tale fase, l’individuo sa di essere parte di un’Entità sintetica che comprende tutte le unità di vita; ad Essa egli e il suo gruppo sentono di dover rispondere responsabilmente:

 

Non ci saranno soltanto le unità di coscienza separate e gli atomi differenziati nella forma; non ci sarà soltanto il gruppo formato da molteplici identità, ma avremo l’aggregato di tutte le forme, di tutti i gruppi, di tutti gli stati di coscienza fusi, unificati e sintetizzati in un tutto perfetto. Questo tutto potete chiamarlo sistema solare, natura o Dio, non ha importanza. (Alice A. Bailey, La coscienza dell’atomo)

 

Il sistema solare, i gruppi umani e l’atomo attraversano gli stessi stadi. Ad ogni livello, alla separazione seguirà l’unione e la formazione di gruppi; dalla sintesi delle unità emergerà infine un’unità cosciente e organizzata, formata da tutte le entità, animate da un solo proposito.
L’evoluzione opera pertanto secondo un proposito ordinato nella realtà in cui viviamo e in cui noi uomini siamo chiamati a dare il nostro contributo di esseri pensanti situati  tra il quarto regno, quello umano, e il quinto regno, quello spirituale, cui sempre  più evidentemente aspira l’umanità  avanzata.
Le “anime pronte” lavoreranno soprattutto sulla Sintesi, che, a tutti i livelli,  “mantiene ogni cosa nella sfera dell’amore divino”; essa non è coazione all’unità, in cui ogni cosa diviene uguale a un’altra, ma è un processo per cui i molti confluiscono coerentemente e consapevolmente nell’uno. Il risultato della Sintesi è una nuova entità, diversa dalla somma delle parti, poiché, come accade nei sistemi organici viventi, ogni elemento, pur conservando il senso della propria individuale diversità, si fonde nell’insieme, consapevole di essere parte di un Tutto più vasto.
Afferma Ildegarda di Bingen: “C’è un tessuto di equità che collega l’umanità a tutte le creature”.

 Pertanto, la Sintesi vivente, nel suo significato più interiore, è:

  • lettura intuitiva di fatti ed eventi;

  • sostegno alla tensione del Pianeta all’unità;

  • visione della totalità all’interno delle individualità;

  • riconoscimento del divino in ciascuno, al di là delle “differenze”;

  • aspirazione alla Co-operazione e alla con-divisione;

  • scoperta immediata e intuitiva dell’Essenziale;

  • tensione dinamica all’universalità e all’interezza;

  • riconoscimento dell’interdipendenza di tutte le sostanze;

  • visione del Bello e del Vero al di là degli annebbiamenti della mente;

  • spiritualizzazione del reale in vista del suo più alto significato e Fine.



domenica 16 settembre 2012

Il Senso e la Gioia

Sul Sentiero la vita acquista senso, anzi "Il Senso".
Allo svelamento graduale del Senso, si accompagna il riconoscimento di un maggior Valore di ogni elemento dell’esistente.
Leggi dell'universo, fenomeni naturali, avvenimenti della storia dei popoli e situazioni della vita dei singoli uomini non sono più episodi casuali e "separati".
Essi si manifestano come interconnessi tra loro e prodotti da Cause; rivelano, alla lettura interiore, il loro più alto significato di Insegnamento.
Il Senso e il Valore sono sempre stati lì, pronti per essere "letti", ma la loro rivelazione diventa, sul Sentiero, di un'evidenza luminosa.

In questa Luce:

  • l'universo caotico e casuale svela la sua natura ordinata e amorevole;

  • l'apparente irrazionalità si manifesta per inderogabile logica ;

  • l''esteriore ingiustizia svela la segreta Giustizia;

  • "il caso" rimanda alla Causa;

  • il rifiuto si trasforma in consapevole accettazione;

  • il "dare" coincide con l'"avere";

  • la ribellione cede di fronte all'evidenza che "Tutto è bene";

  • l'ignoranza evolve in Comprensione;

  • il rancore si scioglie in per-dono (dono a sé e all’altro);

  • la cecità si muta in Visione;

  • la concentrazione sugli effetti si trasforma in ricerca delle Cause;

  • la passività e l'impotenza diventano attività e Potere;

  • il "reagire" lascia il posto all'"agire";

  • la precarietà viene "proiettata" nell'eternità;

  • il tempo diventa tesoro da utilizzare per l'evoluzione;

  • il denaro svela la sua natura di energia, che sta all'uomo usare per il Meglio;

  • la separazione apparente si manifesta come Unità;

  • il perenne "gioco" evasivo diventa "gioiosa serietà";

  • la distrazione muta in attenzione;
  • l'osservazione e la riflessione diventano meditazione ;
  • l'assenza irresponsabile diventa responsabile presenza;
  • il velleitarismo diventa Volontà;
  • la "libertà" viene posta al servizio del Piano;
  • il Dovere è anteposto al diritto;
  • la Parola diventa “azione energetica”;
  • l’egoismo si con-verte in altruismo;
  • l’estraneità scopre la Fratellanza;
  • la diffidenza si apre alla fede;
  • la vana dialettica diventa Ascolto;
  • la confusione e il tumulto della Mente cedono al Silenzio;
  • il dolore viene riconosciuto come mezzo di purificazione;
  • la stasi viene abbandonata per il lavoro suggerito dall'anima;
  • l'Amore e il Compito coincidono;
  • L'Amore diventa fuoco.
Il Senso ritrovato illumina di Gioia il viandante sul Sentiero.

giovedì 30 agosto 2012

IL “CASO” E IL MONDO DELLE CAUSE


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Quel che noi chiamiamo caso non è altro che un modo per designare delle
cause e delle regole così complesse da non poter essere afferrate dalla
nostra mente.
In senso etimologico, la parola “caso” deriva dal termine “caduta” e si
riferisce, quindi, a un accadimento che non dipende da alcuna causa
specifica.
Si parla di caso nel gioco dei dadi, per indicare l’apparente accidentalità del
loro cadere in un certo modo. Ma la caduta dei dadi non è dovuta al caso
bensì obbedisce a una regola ben precisa, la stessa che determina la
rivoluzione dei pianeti intorno al sole: il dado, in determinate circostanze,
non può che mostrare una certa faccia.
(testo citato in La dottrina segreta dei rosacroce, Magus Incognito).
Nell’universo non domina la Casualità, ma vige la Legge della Causalità;
Einstein affermava: “Dio non gioca a dadi” e nei testi cristiani si legge che “si
raccoglie ciò che si semina”.
Uscire dalla visione casuale del mondo e scegliere quella causale cambia la
nostra visuale; ci conduce dalla rappresentazione di un universo caotico e
privo di senso alla visione di un cosmo ordinato e direzionato. Questa nuova
prospettiva ci avvia a una considerazione più avanzata delle nostre relazioni e
dei nostri compiti. Non possiamo accusare più nessuno, né persone, né
situazioni se siamo noi stessi a creare continuamente gli eventi della nostra
vita! Usciamo così dall’ Aula dei giochi e ci avviamo – attraverso la presa in
carico della nostra esistenza – all’ “etica della responsabilità”. Cominciamo
anche a prestare maggiore attenzione ad avvenimenti “casuali” del nostro
vissuto quotidiano, che potrebbero contenere coincidenze significative e
insegnamenti nascosti, secondo quanto indicato da Jung nell’analisi delle
sincronicita'
Il mondo esterno non è altro che uno specchio, una rappresentazione
dell’interno. Ogni cosa e ogni varietà di cose della natura temporale devono avere
la loro radice o la loro causa nascosta in qualcosa che è all’interno.
A questo punto del cammino avvertiamo che è nostro compito favorire:
- la nostra personale evoluzione;
- il progresso dei nostri simili;
- l’avanzamento dei fratelli minori degli altri regni (minerale, vegetale,
animale);
- lo sviluppo di Gaia, anch’essa parte evolvente del grande Uomo celeste.
In tale contesto, il concetto di “libertà”, tanto sbandierato nei nostri tempi,
tanto banalizzato e “ridotto a misura dell’ego”, assume una nuova luce.
Per il profano la libertà è spesso la gratificazione quanto più ampia possibile
dell’ego; si dice, con un’espressione che sembra ispirata alla virtù civica della
tolleranza, “La nostra libertà finisce dove comincia quella dell’altro”. In realtà,
la libertà, e molti altri termini “astratti” come verità, onore, dignità, si
ampliano e si nobilitano ad ogni voluta della spirale; potremmo dire che sono
come “contenitori vuoti” in cui ognuno mette quel che – nella tappa evolutiva
in cui si trova – gli sembra il valore più alto.
Per l’iniziato la Libertà è l’adesione volontaria e lieta alla parte che può
intravedere del Piano divino. Tale visione diventa sempre più elevata man
mano che egli sacrifica il suo piccolo sé per realizzare quanto ha intravisto. In
sostanza, la sua piccola libertà diventa mezzo di manifestazione sulla Terra
della Volontà e del Proposito divini, acquistandone, ovviamente, in ricchezza
e dignità.
Il concetto di “libertà” è meglio compreso se collegato a quello di “Gerarchia”.
L’uomo è un microcosmo immerso in un macrocosmo creatore e vivificatore,
variamente definito: Cosmo, Natura, Causa Prima, Grande Architetto, Forza
suprema, Energia, ecc. In tale macrocosmo, cui noi tutti apparteniamo,
percorriamo un cammino a spirale nel corso del quale riviviamo più e più
volte esperienze “dello stesso genere” (affetti, dolori, lutti, separazioni, gioie,
unità, ecc.) ad un livello sempre più complesso e avanzato; in tal modo
raffiniamo e miglioriamo gradualmente la nostra essenza, che portiamo con
noi nelle successive incarnazioni.
Il macrocosmo è a sua volta inserito in un organismo ancora più grande, che
è il corpo di un Grande Uomo celeste, e così via, in piani di esistenza che
ancora non conosciamo.
Le entità e gli agglomerati di sostanza sono interdipendenti e
gerarchicamente ordinati: il maggiore com-prende e sostiene lo sviluppo del
minore. Poiché “come in alto così in basso”, la Legge della Gerarchia, che si
manifesta nell’Universo, ci indica il nostro compito specifico, che per
l’iniziato coincide con la sua “libertà”. Egli sa che all’uomo dotato di
consapevolezza e capacità di amare è affidata una grande, ardua ma
meravigliosa responsabilità: sostenere, con l’energia della mente e del cuore,
il percorso evolutivo del Pianeta.
Il Pellegrino sul Sentiero scopre che Amore e Libertà coincidono alla
sommità del monte, poiché comprende che l’atteggiamento costante di
amorevole cura, liberamente e lietamente scelto, “fa fiorire” qualità e
potenzialità nel giardino del nostro mondo.
Dante Alighieri esprime questo concetto quando afferma – nel Purgatorio,
cantica della purificazione – che “in Sua Volontate è nostra Pace”.

giovedì 9 agosto 2012

La Grande Incognita

 
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È di alcuni decenni fa il romanzo Il buio oltre la siepe, che negli Stati Uniti, ma
anche in Italia, ebbe molta fortuna. Parafrasandolo in positivo ho tratto da esso il titolo
per riscrivere di un argomento, in verità sollecitatomi da molti in questi ultimi tempi. Ci
ritorno volentieri, perché oltretutto mi sta a cuore, se è giusto quello che dice Alberto
Savinio: “Quando si dice di pensare, si intende pensare alla morte. E a che altro
pensare?” In altre parole si è di fronte alla grande incognita.
Si sa che la nostra attuale cultura per buona parte ha perduto di vista tanti valori e di
conseguenza elude anche molte domande, un po’ per falsa sufficienza, un po’ per
scetticismo, ma, più di ogni altro, per esorcizzare una paura che poi tale non dovrebbe
essere se si sanno dare delle risposte adeguate alle quali dovrebbero seguire
comportamenti altrettanto coerenti.
Ci si nasconde, senza badare a molte raffinatezze, dietro alla corsa al successo e al
potere, definiti giustamente nella canzone dei Dik Dik “trappole mortali”, e poi si
rimuovono gli interrogativi fondamentali ed essenziali del nostro vivere: con questa
operazione tutto si spiega, anche il cinismo e l’assoluta mancanza di rispetto non solo
per le cose e l’ambiente ma per la stessa vita.
Dico subito che io credo profondamente nell’Aldilà. Questa fede mi fa amare e
rispettare di più l’Aldiquà e ciò che in esso di umanamente e culturalmente valido è
stato prodotto o si produce. Tale convinzione non nasce tanto da una riflessione di
ordine religioso quanto da una serie di considerazioni che sottopongo alla benevola
attenzione del lettore.
Pere capire qualcosa del vivere e del suo scopo occorrono due atteggiamenti della
mente: imparare a saper riconoscere i segni e poi saperli collegare in connessioni che
abbiano il sapore di un discorso coeso. I vuoti che si creano e ci sono tra un elemento e
un altro vengono colmati dall’intuizione, che poi non è altro che una forma di
razionalità di natura superiore: non si dimentichi che le grandi scoperte e invenzioni
procedono tutte e sempre in questo modo.
Di segni dell’Aldilà nella vita, per noi che conosciamo solo attraverso i sensi (e
questi sono estremamente limitati e limitanti), ce ne sono molti. Ne elenco alcuni:
l’angoscioso linguaggio della morte, la presenza luminosa del bene, l’assurdità del
male e delle sue scelte, eventi inspiegabili, coincidenze misteriose e non casuali,
l’enigma dell’universo, il miracolo della vita, una serie ormai infinita di esperienze e
fenomeni paranormali non riconducibili a fatti allucinatori, il rifiuto viscerale della fine,
sogni premonitori che si realizzano puntualmente, incontri inaspettati e imprevisti...
Tutti questi segni, se considerati in sé, forse dicono poco o tutt’al più sono dei
frammenti sparsi qua e là. Ci vuole un buon restauratore (cioè la nostra mente sgombra
da pregiudizi) che sappia saggiamente contestualizzare questi segmenti o tasselli in
modo da ripristinare l’intero mosaico nella sua logica nascosta.
Il caos, il nulla, l’apparente svuotamento della razionalità sono solo illusioni:
fermarsi ad esse e affermare che sono la verità mi sembra un atto o di rinuncia o di
presunzione. Il pensiero coraggioso va oltre, si chiede ragioni, cerca i nessi. E questi, se
si è aperti, all’improvviso vengono fuori in tutta la loro luminosa significatività.
Niente c’è di fortuito (gli scienziati questo lo sanno bene: ”Dio non gioca a dadi con
il mondo” ripeteva Einstein) come, peraltro, tutto sembra obbedire a una sorta di
organizzazione finalizzata alla conservazione dell’essere, anche se questa passa
attraverso il provvisorio buco nero di una quasi programmata disintegrazione
dell’esistente visibile.
Il filo del discorso si riannoda non nel creare ma nel saper leggere i legami fra i
segni: si scopre così che il deserto è puramente fittizio, anzi è necessario perché un’oasi
possa richiamarne un’altra, come pure è un indice di libertà imparare a scegliere una
lettura o fermarsi al semplice isolato dettaglio. D’altronde cosa insegnano la teoria degli
insiemi, dei gruppi, della Gestalt e dell’analisi testuale, se non quello che si è fatto
osservare sopra?
La realtà è che noi siamo energie pensanti destinate a sopravvivere oltre il visibile,
oltre cioè la gamma ristretta della misura bidimensionale spazio-tempo: questo è
richiesto dalla domanda d’infinito e d’eterno scritta nel patrimonio psicogenetico di
ognuno. Se quest’ultima esiste, è legittimo attendersi la possibilità d’una risposta di
uguale natura, altrimenti la domanda non si porrebbe in tutto il suo peso. Questa,
inoltre, è l’informazione della quale si è depositari e detentori.
Come sarà il post-Aldiqua? Certamente sarà una evoluzione graduale e diversificata
verso la luce, la piena conoscenza, l’incontro con l’Essere, la Vita, il Tutto, nel quale si
ricomporrà il globale significato dell’umano esistere e la liberante integrazione affettiva
con altri simili (parenti, amici, affini), anch’essi visti in relazione a quel Tutto, che non
potrà che essere Gioia, Felicità, Realizzazione di tutti i nostri più profondi desideri
incompiuti oltre che dei nostri silenzi finalmente mutati in parola.
Per il momento occorre apprendere a conoscere e a conoscerci, ad ascoltare e ad
ascoltarci. Il resto? Verrà da sé. 

tratto da
I testi del Convivio
LA LUCE OLTRE LA SIEPE
di Nicola Michele Campanozzi

giovedì 26 luglio 2012

Ritrovarsi nell'amore del sempre


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Ci sarà sempre qualcuno a confortarvi e a spiegarvi quello che vi è accaduto quando arriverete nell'altra dimensione il perchè siete ancora vivi e perchè la vostra famiglia terrena non può vedervi e il perchè non potete reintegrare il vostro corpo fisico, ciò che è molto penoso per noi e' il constatare l'angoscia profonda di coloro che ci arrivano accanto senza alcuna preparazione e nessun credo. Voi che mi leggete o mi ascoltate non troverete ne angoscia ne dispiacere ne sorpresa sgradevole quando arriverete a un altro livello di esistenza, voi sapete che continuerete a essere vivi non importa quale sia la maniera con la quale ci avrete raggiunti, avrete avuto il modo informare la vostra famiglia e dirle che al di là del tempo e dello spazio ci sarà ancora un ritrovarsi nell'amore del sempre.

Comunicazione di Georges Morrannier trapassato nel 1973 a 29 anni a sua madre Jeanne.
Tratto dal suo libro “ Verse l'Unite' ”

Jeanne Morrannier non aveva mai creduto al sovrannaturale ne a una sopravvivenza dopo la morte fisica, non si era mai preoccupata del problema religioso anzi si definiva atea considerando terminata con la morte l'avventura dell'uomo sulla terra. Nel 1973 L'adorato figlio Giorges moriva a 29 anni e lo strazio non aveva limiti perchè non avendo il supporto della fede e la speranza di trovare un giorno in non importa quale dimensione l'essenza spirituale del suo ragazzo si considerava mutilata di una parte vitale di se stessa e cadeva in uno stato abulico di giorni senza scopo e senza valore. Le altre figlie non sostituivano la mancanza di George se non servivano a riconciliarsi con la vita. Il miracolo chiamiamolo così avvenne dopo 1976 George e comincio a manifestarsi a sua madre e alle sorelle come presenza direi quasi fisica spostando oggetti vari generalmente ninnoli di casa, intensi profumi che improvvisamente invadevano come folate di vento le stanze, lievi colpi intermittenti sui mobili come a indicare un amichevole vicinanza gioiosa e consapevole. Jeanne Morrannier comincio' a comprendere che suo figlio era vivo presente accanto a lei. Ne ebbe la conferma quando comincio' a scrivere delle piccole frasi di cui razionalmente si rendeva conto di non aver pensato. Inizio' in lei il fenomeno della scrittura automatica o telescrittura o scrittura ispirata che la porterà con i suoi messaggi a una dimensione ultraterrena e a compilare ben 7 libri.

sabato 21 luglio 2012

Cosa faremo ancora quando saremo là…?

Ma se i morti sono vivi, che genere di vita conducono? Vi sono molte gradazioni e varietà, ma essa è sempre più felice di quella terrena. Come dice un'Antica Scrittura: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e là nessun tormento può toccarli".
Alla vista dell'ignorante le persone sembrano morire; la loro scomparsa è considerata come una sventura ed il loro allontanarsi da noi come una completa distruzione, ma esse sono in pace.
Liberiamoci dunque da teorie antiquate: chi muore non balza improvvisamente in un cielo impossibile od in un impossibile inferno. Non esiste inferno, nel senso empio della parola, e non esiste inferno in alcun luogo ed in alcun senso, tranne quello che ogni uomo forma per sé stesso.
La morte non porta alcun mutamento all'uomo; essa non lo fa diventare ad un tratto un angelo od un santo né gli conferisce immediatamente la sapienza dei secoli: il giorno dopo la sua morte egli è precisamente lo stesso uomo dei giorno prima, con gli stessi sentimenti, le stesse disposizioni, lo stesso sviluppo intellettuale. La sola differenza è che egli ha perduto il corpo fisico.
E ciò cosa significa?
Significa liberazione da ogni possibilità di dolore o di stanchezza; liberazione da ogni faticoso dovere, libertà completa, forse per la prima volta nella sua vita, di fare precisamente quello che vuole. 
Nella vita fisica è legato ed impacciato, a meno che non appartenga a quella piccola minoranza che vive di rendita, e si trova sempre nella necessità di lavorare per guadagnare il denaro necessario per procurarsi il cibo, il vestiario e la casa per sé e per coloro che dipendono da lui. In ben pochi casi, forse quelli dell'artista o del letterato, il lavoro è una gioia, ma la maggior parte degli uomini è costretta ad un lavoro che non farebbe se non fosse spinta dalla necessità.
Nel mondo spirituale non occorre denaro, non occorrono né cibo né vestiti né riparo; il suo splendore e le sue bellezze sono a disposizione di quanti vi dimorano, senza bisogno di comprarli.
Nella materia rarefatta dei corpo spirituale ci si può aggirare liberamente ovunque ed a piacere: chi ama le bellezze delle foreste, dei mare, dei cielo, può a suo piacimento visitare i più pittoreschi paesi della Terra.
Chi ama l'arte può trascorrere il suo tempo nella contemplazione dei capolavori dei più grandi uomini. Chi è amante della musica può assistere alle esecuzioni dei più celebri artisti e delle migliori orchestre dei mondo. Ciascuno può dedicarsi interamente alla soddisfazione dei suoi gusti purché il godimento che desidera sia fra quelli dell'intelletto o dei sentimenti superiori e non abbia bisogno dei corpo fisico per essere appagato. 
È quindi evidente che ogni persona rispettabile e ragionevole è infinitamente più felice dopo la morte che non prima, avendo la possibilità non solo di procurarsi i piaceri che desidera, ma anche di fare progressi nelle cose che più lo interessano.
Vi sono infelici nel mondo dell'oltretomba? Sì, vi sono. Poiché quella vita è il seguito inevitabile di questa, ed ogni persona è la stessa di ciò che era prima di abbandonare il proprio corpo fisico e morire, e se i piaceri che essa amava nel mondo materiale erano bassi e grossolani, si troverà nell'altro mondo nell'impossibilità di soddisfare i suoi desideri: il beone soffrirà una sete inestinguibile, non avendo più un corpo con il quale calmarla; il goloso sarà tormentato dalla privazione dei piaceri della tavola; l'avaro non troverà più denaro da accumulare.
Chi si sarà abbandonato in vita a basse passioni le troverà nell'altro mondo come roditrici implacabili: l'uomo sensuale palpiterà ancora di brame che non potrà soddisfare; il geloso sarà lacerato dalla gelosia, ed inoltre non potrà più intromettersi nelle azioni che vorrebbe impedire.
Tutti questi tipi di persone soffrono senza dubbio nell'aldilà, ma soltanto coloro le cui passioni sono state grossolane e fisiche per natura. In ogni caso anche allora essi sono padroni dei loro destino: non devono far altro che vincere le loro basse inclinazioni e subito sono liberati dalle sofferenze che esse procurano loro. 
In breve, non esiste ciò che normalmente si chiama punizione, ma solo il risultato naturale di cause messe in moto. Basta togliere la causa per farne cessare l'effetto, non sempre immediatamente, ma non appena si sia esaurita l'energia della causa ecco che anche l'effetto svanisce.

tratto da :  http://www.cmseritti.altervista.org/index_file/Page2339.htm

domenica 15 luglio 2012

Se tu fossi davvero privo di difese di fronte al mondo e alla vita, figlio e fratello, non esisterebbe spiegazione per i sorrisi che riesci a trovare nei tuoi giorni. __ Ananda

 Il karma è definibile come la legge di causa ed effetto. E' quella sorta di meccanismo che ad ogni causa da noi mossa nella vita di tutti i giorni, fa seguire un uguale e bilanciato effetto contrario. In quest'ottica si potrebbe dire che tutto è karma, vero? Provate a pensare ad una qualsiasi azione che voi possiate compiere, e abbastanza facilmente potreste pensare all'effetto che essa scatena. Nessuno studioso di Fisica - ma forse anche nessuna persona di buon senso - si sognerebbe di negare l'esistenza di un simile semplice principio alla base dell'universo. Ebbene, questo principio di azione e reazione mantiene la sua validità spostandosi nei piani più sottili, laddove idealmente si localizzano quegli "ingranaggi" che guidano gli eventi.

 Voi sapete che tre tipi di effetto ricadono sull'individuo: quello immediato, dovuto alla materia posta in movimento; quello dopo il trapasso; quello che ricadrà nelle vite successive e che è l'ultimo, quello veramente fattivo, definitivo, che ricade sulla coscienza dell'individuo e va a colmare la lacuna che originò l'azione, la causa. Il secondo tipo di effetto, quello dopo il trapasso, impegna l'individuo nella meditazione della sua ultima incarnazione e lo pone, quindi, in uno stato di passività, di subire un effetto e non di muovere cause. Per altre entità (individui N.d.R.) v'è un altro tipo di vita nel cosiddetto aldilà; e intendo quelle creature che da poco hanno iniziato la loro evoluzione umana. Questi individui sono in uno stato simile al sonno. Come voi dormite e sognate, simile è il loro stato: essi sono spettatori di giochi visuali e sensori provocati dai loro veicoli così come avviene nel vostro sonno fisico. Perché, direte, l'individuo non muove cause quando non vive? Tutto è analogo: a un periodo di attività segue un periodo di riposo: azione e reazione. Alla Manifestazione segue il riassorbimento, al giorno la notte, e così via. Altrettanto è per la vita evolutiva dell'individuo: ad una incarnazione nella quale sono state mosse delle cause segue il trapasso nel quale vi è un riposo.