venerdì 1 marzo 2013

Le prove e la morte


Fissando lo scopo dell’esistenza oltre la fortuna e il piacere, un intero
rivolgimento si opera nel nostro modo di comprendere la vita. L’universo è un
campo ove l’anima combatte per la propria elevazione, ed essa la raggiunge
cogli sforzi coi sacrifici, colle sofferenze. Tanto il dolore fisico quanto quello
morale, sono elementi necessari dell’evoluzione, mezzi potenti di sviluppo e di
progresso che ci insegnano a conoscerci meglio, a dominare le nostre
passioni, ad amarci sempre più. L’essere deve acquistare nel suo cammino la
fede, la scienza e l’amore; più sa, più ama e più si eleva. La sofferenza ci
obbliga a studiare per combattere e vincere le cause che la producono, e la
conoscenza delle cause risveglia in noi una più viva simpatia per coloro che
soffrono.
Il dolore è la suprema purificazione, la scuola a cui si attinge la pazienza, la
rassegnazione, tutte le doverose austerità; è la fiamma al di cui fuoco si fonde
l’egoismo e si consuma l’orgoglio. Tal volta, nelle tristi contingenze, l’anima
provata si ribella, rinnega Dio e la sua giustizia; ma quando, passato
l’uragano, essa si esamina, comprende che quel male apparente non era altro
che un bene, e riconosce che il dolore seppe renderla migliore, più accessibile
alla pietà, più tenera verso gli infelici.
Tutti i mali della vita concorrono al nostro perfezionamento; il dolore,
l’umiliazione, l’infermità, la sventura, separano lentamente il meglio dal
peggio, ed è per ciò che quaggiù vi sono più sofferenze che gioie. La prova
tempra il carattere, affina i sentimenti, doma le anime impulsive o superbe.
Anche il dolore fisico ha la sua utilità. Esso scioglie chimicamente i legami che
avvincono lo spirito alla carne, lo libera dai fluidi pesanti che lo avvolgono
anche dopo la morte, e lo trattengono nelle regioni inferiori. Così si spiega, in
certi casi, la morte prematura dei fanciulli: sono anime che avendo acquistato
il sapere e la virtù occorrenti per ascendere, vennero arrestate nel loro volo da
un residuo di materialità, e ritornano a completare la loro purificazione nella
sofferenza.
Non imprechiamo al dolore, esso soltanto può strapparci alla indifferenza e
alla voluttà, esso solo ci plasma l’anima donandole la sua forma più pura, la
sua più perfetta bellezza.
L’esperienza è un rimedio infallibile per la nostra ignoranza, e la Provvidenza
procede con noi come farebbe una madre antiveggente con un suo indocile
figlio. Quando noi resistiamo ai suoi richiami e trascuriamo i suoi
avvertimenti, essa ci abbandona alle delusioni ed ai rovesci, poiché l’avversità
è la miglior scuola della saggezza.
Tale è il destino della maggioranza; sotto un cielo solcato da qualche raro
lampo, noi dobbiamo percorrere un’ardua via, coi piedi lacerati dai rovi e
dalle pietre. Uno spirito in nere vesti guida i nostri passi: è il dolore - dolore
santo che noi dobbiamo benedire, poiché, scuotendo il nostro essere, lo
sbarazza dei vani gingilli di cui si compiace ornarsi, e lo rende atto a sentire
ciò che è nobile e bello.
Dati questi principi, la morte perde il suo spaventoso carattere, e risulta una
trasformazione necessaria, un rinnovamento. In realtà nulla può morire, la
morte non è che apparente; soltanto la forma esterna si muta, il principio di
vita, l’anima, rimane nella sua unità permanente ed indistruttibile.
Essa si ritrova al di là della tomba col suo corpo fluidico, nella pienezza delle
sue facoltà, con ciò che ha potuto acquistare - intelligenza, aspirazioni, virtù,
tutte le potenze di cui si è arricchita durante le sue esistenze terrestri.
Sono questi i beni imperituri di cui parla il Vangelo, i beni che «i vermi e la
ruggine non rodono e i ladri non rubano» sono queste le sole ricchezze che
possiamo portare con noi, e realizzare nella vita futura.
La morte, e la reintegrazione che a suo tempo la segue, sono due forme
essenziali del progresso; interrompendo le radicate abitudini che abbiamo
contratto, esse ci riconducono in altri ambienti, danno ai nostri pensieri un
diverso indirizzo, ci costringono a piegare il nostro spirito ai mille aspetti
dell’ordine sociale e universale.
Quando giunge la sera della vita, allorché la nostra esistenza sta per passare,
come la pagina di un libro che si svolge per far luogo ad una pagina bianca, ad
una pagina nuova, l’uomo saggio consulta il suo passato e richiama alla
memoria le sue azioni. Felice colui che in tale momento può dire a sé stesso di
aver speso bene i suoi giorni; felici coloro che accolsero con rassegnazione e
sopportarono con coraggio le loro prove! Essi, affinando l’anima nel dolore,
ne eliminarono tutto ciò che vi era di fiele ed amarezza. Ripensando a questa
vita difficile, il saggio benedirà le pene sofferte, e con serena coscienza, senza
paura, vedrà avvicinarsi l’istante della partenza.
Bando alle teorie che fanno della morte la soglia del nulla o il preludio dei
castighi eterni; tetri fantasmi della teologia, dogmi spaventevoli, sentenze
inesorabili, supplizi dell’inferno, fate luogo alla speranza, alla vita eterna! Non
una cieca tenebra, ma una luce abbagliante ci nasconde la tomba.
Avete mai osservato la farfalla, dalle ali dorate uscire dall’informe crisalide,
dal ripugnante involucro del bruco, nel quale l’insetto strisciava sul suolo?
L’avete veduta libera, nell’aria e nel sole, svolazzare di fiore in fiore? Nessuna
rappresentazione più fedele del fenomeno della morte. Anche l’uomo è una
crisalide che la morte trasforma; il corpo umano l’involucro di carne, ritorna
al gran letamaio, la nostra miserabile spoglia rientra nel laboratorio della
natura, ma lo spirito, che ha compiuta l’opera sua, si slancia verso una vita più
alta, verso la vita spirituale che segue a quella corporea, e separa ognuna delle
nostre incarnazioni come il giorno divide le notti.
Compresi da questa fede noi non temeremo la morte e, come gli antichi Galli,
oseremo fissarla senza terrore. Non più lamenti e lagrime, non più pompe
sinistre e lugubri canti: i nostri funerali diventeranno una festa che celebrerà
la liberazione dell’anima, il suo ritorno alla vera patria.
La morte è la grande rivelatrice; quante volte nelle ore di prova, quando fa
buio intorno a noi ci siamo domandati: «Perché sono nato? Perché non rimasi
nella notte profonda, là dove non si sente e non si soffre, dove si dorme il
sonno eterno?». E in queste ore di dubbio e di angoscia una voce si leva e sale
fino a noi, e questa voce dice: «Soffri per crescere e per purificarti; sappi che il
tuo destino è grande, che questa fredda terra non sarà il tuo sepolcro. I mondi
che brillano nella corona dei cieli sono le tue dimore future, l’eredità che Dio
ti riserva. Tu sei per sempre cittadino dell’universo; appartieni ai secoli
passati come ai secoli avvenire. Nell’ora presente stai preparando la tua
elevazione: sopporta dunque con calma i mali scelti da te. Semina nel dolore e
nelle lagrime il grano che germoglierà nelle tue vite future, semina anche per
gli altri, come altri seminarono per te! Spirito immortale, avanza con passo
fermo sul sentiero erto, verso le altezze da cui l’avvenire ti apparirà senza veli.
L’ascensione è penosa, e il sudore bagnerà spesso la tua fronte, ma dalla vetta
tu vedrai spuntare la grande luce, vedrai salire all’orizzonte il sole della verità
e della giustizia!».
Quella che così ci parla è la voce dei morti, delle anime amate che ci
precedettero nel regno della vera vita. Esse non dormono sotto la lapide del
sepolcro ma vegliano sopra di noi; dalle profondità dell’invisibile ci
contemplano e ci sorridono, e - mistero divino ed adorabile - ci parlano e ci
dicono: «Il dubbio è sterile, lavorate ed amate: quando avrete compiuta la
vostra parte, la morte ci unirà di nuovo». 

Tratto da:  Leon Denis - Dopo la Morte -

venerdì 22 febbraio 2013

Mondi inferiori e mondi superiori

 


La qualifica di mondi inferiori e mondi superiori è piuttosto
relativa che assoluta. Un mondo è inferiore o superiore in rapporto a
quelli che sono al di sotto o al di sopra di esso nella scala del
progresso.
Prendendo la terra come paragone, ci si può fare un’idea dello
stato di un mondo inferiore, supponendo che l’uomo vi si trovi al
grado di razze selvagge o di nazioni barbare, come se ne trovano
ancora sulla terra, e che sono i residui del suo stato primitivo. Nei
mondi ancora più arretrati, gli esseri che li abitano sono in qualche
modo rudimentali: hanno la forma umana, ma senza nessuna
bellezza; gli istinti non vi sono temperati da nessun senso di
delicatezza o di benevolenza, né dalle nozioni di giusto e ingiusto: la
forza bruta è la sola legge che li governa. Senza industrie, senza
invenzioni, gli abitanti non si occupano nella loro vita che della
conquista del cibo. Tuttavia, Dio non abbandona mai nessuna delle
sue creature: la fundo alle tenebre dell’intelligenza, giace, sempre
latente, più o menu sviluppata, la vaga intuizione di un essere
supremo. Questo istinto basta a renderli superiori gli uni agli altri e
prepara il loro sbocciare in una vita più completa: perché essi non
sono essere degradati, ma bambini che crescono.
Fra questi stati inferiori e quelli più elevati vi sono innumerevoli
gradini, e sarebbe difficile riconoscere negli Spiriti puri, smaterializzati
e risplendenti nella loro gloria, quelli che furono questi esseri
primitivi; così come sarebbe difficile riconoscere l’embrione nell’uomo
adulto.
Nei mondi che hanno raggiunto un grado superiore le
condizioni di vita morali e materiali sono del tutto diverse, anche da
quelle sulla terra. La forma del corpo è sempre, come ovunque, la
forma umana, ma abbellita, perfezionata e soprattutto più pura. Il
corpo non ha più nulla della materialità terrestre e non è soggetto, in
conseguenza, né ai bisogni, né alle malattie, né al deterioramento che
è originato dal predominio della materia. I sensi, più raffinati, hanno
delle percezioni che quaggiù vengono soffocate dalla grossolanità
degli organi; la legerezza del peso del corpo rende la locomozione
facile e spedita; invece di trascinarsi penosamente sul suolo, il loro
corpo scivola, per così dire, sulla superficie, o si libra al di sopra di
essa nell’atmosfera, senza altro sforzo che quello della volontà. Allo
stesso modo con cui si rappresentano gli angeli o con cui gli Antichi si
immaginavano i mani nei Campi Elisi. Gli uomini conservano a loro
volontà la fisionomia che hanno avuto nelle loro migrazioni passate
ed appaiono ai loro amici come questi li hanno conosciuti, ma
illuminati da una luce divina, trasfigurati dalle impressioni interiori
che sono sempre nobilmente elevate. lnvece di avere volti oscuri,
segnati dalle sofferenze e dalle passioni, sul loro viso l’intelligenza e
la vita irraggiano quella luminosità che i pittori hanno dipinto con il
nimbo o l’aureola dei santi.
La scarsissima resistenza che la materia presenta per degli Spiriti
già avanzatissimi, fa sì che lo sviluppo del corpo sia rapido e l’infanzia
breve, quasi nulla; la vita, esente da preoccupazioni o angosce, è, in
proporzione, molto più lunga che non sulla terra. In principio, la
longevità è proporzionata al grado di progresso del mondo in cui
sono. La morte non risente affatto degli orrori della decomposizione;
lungi dall’essere una causa di spavento, è considerata come una felice
trasformazione, perché in quello stato non esistono dubbi sul futuro.
Durante la vita l’anima, non essendo rinserrata da una materia
pesante, è raggiante e gode di una lucidità che le consente uno stato
quasi permanente di emancipazione, permettendole la libera
trasmissione del pensiero. La questi mondi felici i rapporti fra popoli, sempre amichevoli,
non son turbati mai dall’ambizione di asservire il vicino, né dalla
guerra chie di questa ambizione è la conseguencia. Non vi sono né
padroni né schiavi, né privilegi di nascita; la superiorità morale e
dell’intelligenza è la sola che fissa le differenze di condizioni e
costituisce la supremazia. L’autorità è sempre rispettata perché non
proviene che dal merito e perché si esercita sempre con giustizia.
L’uomo non cerca mai di innalzarsi sopra l’uomo, ma soltanto al di
sopra di se stesso, perfezionandosi. Il suo fine è quello di raggiungere
il grado di Spirito puro, ma questo desiderio incessante non è mai un
tormento ma una nobile ambizione che lo fa studiare con ardore per
arrivare ad eguagliare il suo ideale. Tutti i sentimenti teneri ed elevati
della natura umana, si trovano elevati e purificati: l’odio, le gelosie
meschine, le basse cupidigie dell’invidia, non ezistono. Un legame
d’amore e di fraternità unisce tutti gli uomini, e i più forti aiutano i più
deboli. Essi possiedono, più o meno, quanto hanno acquisito grazie
alla loro intelligenza, ma nessuno soffre per la mancanza di ciò che gli
è necessario, perché non ha da espiare nulla. In una parola: non
esiste il male.
Nel vostro mondo voi avete bisogno del male per intendere il
bene, della notte per ammirare la luce, della malattia per apprezzare
la salute. Là, invece, questi contrasti non sono necessari: la luce
eterna, l’eterna bellezza, la calma eterna dell’anima, procurano una
gioia eterna che non è turbata né dalle angosce della vita materiale,
né dai contatti con i malvagi che non possono accedervi. Ecco ciò che
lo spirito umano non può comprendere: è stato abile nel dipingere i
tormenti dell’inferno ma non è stato mui capace di rappresentare le
gioie del cielo: perché? Perché, essendo inferiore non ha sofferto che
pene e miserie, ma non ha mai intraveduto gli splendori celesti, e non
può parlare di ciò che non conosce: ma, a misura che si innalza e si
purifica, il suo orizzonte s’illumina ed esso comprende il bene che gli
si offre innanzi, come ha capito il male che ha superato.
Tuttavia, questi mondi fortunati non sono affatto mondi
privilegiati, perché Dio non fa parzialità per nessuno dei suoi figli; dà
a tutti gli stessi diritti e la stessa facilità per ottenerli; li fa partire tutti
da un eguale inizio e non accorda a nessuno maggiori doti che agli
altri: tutti possono accedere ai primi ranghi, sta a loro conquistarli col
loro lavoro, raggiungerli il più presto possibile o languire per secoli e
secoli nei bassi fondi dell’umanità.

Tratto da : Il Vangelo secondo lo spiritismo di Allan Kardec

venerdì 15 febbraio 2013

DESTINAZIONE DELLA TERRA. CAUSA DELLE MISERIE UMANE


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Ci si stupisce di trovare sulla terra tanta malvagità e tante
passioni cattive, tanta miseria e tante infermità di ogni genere, e se
ne trae l’impressione che la specie umana è davvero triste. Questo
giudizio nasce dal limitato ponto di vista in cui ci si pone e che dà
un’idea falsa del complesso delle cose. Occorre considerare che sulla
terra non si può vedere tutta l’umanità, soltanto una piccola frazione
di essa. In realtà la specie umana comprende tutti gli esseri dotati di
ragione che popolano gli innumerevoli mondi dell’universo: ora che
cosa rappresenta la popolazione della terra di fronte alla popolazione
totale di tutti questi mondi? Molto meno che un paesino in rapporto
ad un grande impero. La situazione materiale e morale dell’umanità
terrestre non ha nulla di stupefacente se ci si rende conto della
destinazione della terra e della natura di quelli che l’abitano.
Ci si farebbe un’idea falsissima degli abitanti di una grande città
se si giudicassero dalla popolazione dei quartieri più infimi e più
sordidi. In un ospizio non si vedono che malati e storpi; in un bagno
penale si trovano tutte le turpitudini e tutti i vizi riuniti; nelle contrade
insalubri la maggior parte degli abitanti è pallida, magra e malaticcia.
Ebbene! che ci si figuri la terra come un quartiere d’estrema periferia,
un ospizio, un penitenziario, un paese insalubre, e si capirà perché le
afflizioni hanno la meglio sulle gioie. Perché non si mandano
all’ospizio le persone che stanno bene, né in casa di correzione quelli
che non hanno fatto nessun male: e né gli ospizi né le case di
correzione sono luoghi di delizie.
Così come in una città non tutta la popolazione è negli ospizi o
nelle prigioni, non tutta l’umanità è sulla terra: come si esce
dall’ospizio quando si è guariti e dalla prigione quando si è scontata la
pena, l’uomo lascia la terra per mondi migliori quando è guarito dalle
sue infermità morali.

DIVERSE CATEGORIE DI MONDI ABITATI
Dagli insegnamenti impartiti dagli Spiriti si apprende che i
diversi mondi, in quanto a grado di progresso o di inferiorità dei loro
abitanti, sono in condizioni molto differenti l’uno dall’altro. Fra i mondi
ve ne sono in cui gli abitanti sono anche inferiori fisicamente e
moralmente a quelli della terra; altri sono allo stesso grado di essa,
ed altri ancora le sono superiori sotto tutti gli aspetti. Nei mondi
inferiori l’esistenza è completamente materiale, le passioni vi regnano
sovrane, la vita morale è presso a poco nulla. Man mano che questa
si sviluppa diminuisce l’influenza della materia, così che nei mondi più
progrediti la vita è, si può dire, tutta spirituale.
Nei mondi intermedi, vi è contemporaneamente il bene e il
male, predominando l’uno o l’altro a seconda del grado di progresso.
Per quanto non sia possibile fare una classificazione precisa dei
diversi mondi, tuttavia è possibile, a seguito del loro stato e della loro
destinazione, basandosi sulle più decisive sfumature, dividerli in
maniera generica come segue: mondi primitivi, destinati alle prime
incarnazioni dell’anima umana; mondi di espiazione e di prova, in cui
domina il male; mondi di rigenerazione in cui le anime che debbono
ancora espiare tragono nuove forze, pur riposandosi dalle fatiche
della lotta; mondi felici, in cui il bene supera il male; mondi celesti o
divini, soggiorni degli Spiriti purificati, in cui regna sovrano solo il
bene. La terra appartiene alla categoria dei mondi di espiazione e di
prova, ed è per questo che gli uomini vi sono esposti a tanto miserie.
Gli Spiriti incarnati su di un mondo non sono affatto
definitivamente destinati ad esso e non vi percorrono tutte le fasi
progressive che debbono percorrere per raggiungere la perfezione.
Quando hanno raggiunto su un mondo il grado di progresso che esso
ammette, passano in un altro più progredito, e così di seguito fino a
che siano arrivati allo stato di puri Spiriti. Sono altrettante tappe in
ciascuna delle quali gli Spiriri trovano elementi di progresso
proporzionati al loro avanzamento. Per essi, passare da un mondo ad
un altro di ordine superiore è un premio, come è invece un castigo
dover prolungare il loro soggiorno in un mondo infelice o essere
relegati in un mondo ancora più infelice di quello che sono costretti ad
abbandonare, quando sono ostinati nel male.

Tratto da : Il Vangelo secondo lo spiritismo di Allan Kardec

domenica 10 febbraio 2013

La malinconia

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Sapete perché una vaga tristezza si impadronisce talvolta dei


vostri cuori e vi fa trovare la vita tanto amara? È il vostro Spirito che


aspira alla felicità ed alla libertà, e che, legato al corpo che gli serve


da prigione, si esaurisce in vani sforzi per uscirne. Ma, vedendo che i


suei sforzi non ottengono il loro scopo, finisce per cadere nello



scoraggiamento e, siccome il corpo subisce la sua influenza, il


languore, lo scoramento ed una specie di apatia s’impadroniscono di


voi, facendovi sentire infelice.


Ascoltatemi; resistete energicamente a queste impressioni che


indeboliscono la vostra volontà. Queste aspirazioni ad una vita


migliore sono innate in tutti gli uomini, ma non cercate di realizzarle


quaggiù. Adesso che Dio vi manda i suoi Spiriti per istruirvi circa la


felicità che vi riserva, aspettate con pazienza l’angelo della liberazione


che vi aiuterà a rompere i legami che tengono prigioniero il vostro


Spirito. Pensate che, durante il vostro periodo di prova sulla terra, voi


dovete compiere una missione che ignorate vi sia stata affidata, cosi


dedicandovi alla vostra famiglia con l’adempiere tutti i diversi compiti


di cui Dio vi ha incaricati. E se, durante tale prova e assolvendo i


vostri impegni, vi vedrete colpiti dagli affanni, dalle inquietudini, dai


dolori, siate forti e coraggiosi per sopportarli. Affrontateli


decisamente; sono di breve durata e dovranno condurvi presso gli


amici che voi piangete, che si rallegreranno del vostro arrivo fra loro


e vi apriranno le braccia per condurvi in un luogo in cui non possono


accedere i dolori della terra. (FRANÇOIS DE GENÈVE, Bordeaux).

Tratto da : Il Vangelo secondo lo spiritismo di Allan Kardec

martedì 1 gennaio 2013

La fisica e la morte

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Dopo la morte del suo vecchio amico, Albert Einstein disse: "Ora Besso è partito da questo strano mondo un pò prima di  me. Questo non significa nulla.
La gente come noi ... sa che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo una illusione
ostinatamente persistente. "
Nuove prove continuano a suggerire che Einstein aveva ragione - la morte è un'illusione.
Il nostro modo classico di pensare si basa sulla convinzione che il mondo ha un'esistenza obiettiva indipendente dall'osservatore, ma una lunga lista di esperimenti dimostra esattamente il contrario. Pensiamo che la vita è solo l'attività del carbonio e d'una miscela di molecole - viviamo per un pò e poi marciamo nella terra.
Noi crediamo nella morte, perché ci è stato insegnato che si muore, inoltre, ovviamente, perché noi ci identifichiamo con il nostro corpo e sappiamo che i corpi muoiono.
Fine della storia? Il Biocentrismo - una nuova teoria del tutto - ci racconta però che la morte non può essere l'evento terminale che immaginiamo.
Sorprendentemente, se si aggiungono la vita e la coscienza all'equazione, si possono spiegare alcuni dei più grandi enigmi della scienza. Per esempio, diventa chiaro perché lo spazio e il tempo - e anche le proprietà della materia stessa - dipendono dall'osservatore.
Diventa anche chiaro perché le leggi, le forze e le costanti dell'universo sembrano essere squisitamente messe a punto per l'esistenza della vita. Fino a quando non riconosceremo l'universo nelle nostre menti, i tentativi di comprendere la realtà rimarranno una strada verso il nulla.
Considerate il clima: vedete un cielo blu, ma le cellule nel vostro cervello potrebbe essere modificate in modo che il cielo sembra verde o rosso. In effetti, con un po' di ingegneria genetica potremmo probabilmente fare sì che tutto ciò che è rosso vibri o faccia rumore, o addirittura ci faccia venire voglia di fare sesso, come accade ad alcuni uccelli.  Se il cielo è luminoso lì fuori, i vostri circuiti cerebrali potrebbero essere modificati in modo che appaia totalmente buio. Pensate di sentire caldo umido, ma per una rana tropicale potrebbe equivalere a sentire lo stesso ambiente freddo e secco. Questa logica vale praticamente per tutto, per cui quello che si vede non potrebbe esistere senza la coscienza. In verità, non si vede niente con le ossa che circondano il cervello, nè gli occhi sono come portali aperti sul mondo. Tutto quello che si vede e si prova in questo momento - anche il nostro corpo - è un vortice di informazioni che si concretizzano nella nostra mente. Secondo il biocentrismo, spazio e tempo non sono gli oggetti duri e freddi che crediamo. Agitate una mano nell'aria, cosa rimane? Niente. La stessa cosa vale per il tempo. Spazio e tempo sono semplicemente gli strumenti per mettere tutto insieme. Si consideri il famoso esperimento delle due fenditure.
Quando gli scienziati guardano il passaggio delle particelle attraverso due fenditure in una barriera, la particella si comporta come un proiettile e passa attraverso una o l'altra fenditura, ma se nessuno la osserva, si comporta come un'onda e può passare attraverso entrambe le fenditure nello stesso momento. Così come può una particella modificare il proprio comportamento a seconda che la si osservi o no? La risposta è semplice:la realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza.
Oppure si consideri il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg. Se c'è davvero un mondo là fuori fatto solo di particelle che rimbalzano, allora dovremmo essere in grado di misurare tutte le loro proprietà. Ma non si può. Ad esempio, la posizione esatta di una particella ed il suo momentum (quantità di moto)  non possono essere conosciute contemporaneamente.
Allora perché dovrebbe essere importante per una particella che cosa si decide di misurare?
E come possono coppie di particelle 'entangled" (interconnesse) essere istantaneamente collegate pur trovandosi sui lati opposti della galassia, come se spazio e tempo non esistessero?
Ancora una volta, la risposta è semplice: perché non sono 'là fuori': spazio e tempo sono semplici strumenti della nostra mente.La morte non esiste in un territorio senza tempo, senza spazio . L'immortalità non significa una esistenza perpetua nel tempo, ma risiede fuori del tempo.
Il nostro modo di pensare al tempo lineare è anche in contrasto con un'altra serie di esperimenti recenti. Nel 2002, gli scienziati hanno dimostrato che le particelle di luce (i fotoni) sapevano in anticipo ciò che i loro gemelli distanti avrebbe fatto in futuro. Hanno testato la comunicazione tra coppie di fotoni. Hanno lasciato un fotone terminare il suo viaggio - doveva decidere se essere o un'onda o una particella. I ricercatori hanno allungato la distanza e l'altro fotone ha raggiunto ugualmente il suo rilevatore. In qualche modo, la prima particella sapeva quello che il ricercatore aveva intenzione di fare prima che accadesse - e nonostante le distanze, il tutto è accaduto istantaneamente, come se non ci fosse spazio o tempo tra di loro. Non importa il modo in cui viene impostato l'esperimento: la nostra mente è l'unica cosa che determina come si comportano i due fotoni. Diversi esperimenti hanno costantemente confermato che questi effetti dipendono dall'osservatore. In un altro esperimento che è stata recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Science (Jacques et al, 315, 966, 2007) scienziati francesi hanno sparato dei fotoni in un apparecchio, e hanno dimostrato che ciò che hanno fatto poteva cambiare retroattivamente qualcosa che era già accaduto in passato. 
Eppure viviamo nello stesso mondo. I critici sostengono però che questo comportamento è limitato al mondo microscopico, ma questa doppia visione (cioè, un insieme di leggi fisiche valida per oggetti di piccole dimensioni, e un altro per il resto dell'universo, noi compresi) non ha alcun fondamento nella ragione e viene messa in discussione nei laboratori di tutto il mondo. Un paio di anni fa, dei ricercatori hanno pubblicato un articolo su Nature (Jost et al, 459, 683, 2009) in cui mostrano che il comportamento quantistico si estende nel regno di tutti i giorni. Coppie di ioni sono stati forzati a "intrecciarsi" (entanglement), ma le loro proprietà fisiche sono rimaste identiche, sebbene separati da grandi distanze ("azione spettrale a distanza", come Einstein l'ha definita). Altri esperimenti con molecole enormi chiamate Fullereniha inoltre dimostrato che la realtà quantistica si estende al di là del mondo microscopico e, nel 2005, cristalli di mezzo pollice hanno evidenziato gli stessi comportamenti  dei microscopici fotoni. L'idea dei multi universi di Star Trek non sarebbe quindi finzione:  c'è più di un pezzo di verità scientifica in questo genere popolare di films.  Un ben noto aspetto della fisica quantistica è che le osservazioni non possono essere previste in modo assoluto, invece vi è una serie di osservazioni possibili ciascuna con una diversa probabilità. Una spiegazione, quella dei "molti mondi", afferma che ognuno di queste eventuali osservazioni corrisponde ad un differente universo (il 'multiverso'), perchè ci sono un numero infinito di universi e tutto ciò che potrebbe accadere si verifica in qualcuno di essi. La morte non esiste in nessun senso reale in questi scenari. Tutti i possibili universi esistono simultaneamente, indipendentemente da ciò che accade in ognuno di essi.  La vita è un'avventura che trascende il nostro modo di pensare lineare ed ordinato.  La vita ha una dimensionalità non-lineare, è come un fiore perenne che torna a fiorire nel multiverso.
Da: Disclose TV

domenica 9 dicembre 2012

La paura della morte

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Perché la gente ha tanta paura della morte? Perché la gente non ne vuole parlare, né sentir parlare?

Persino i miei genitori, i miei professori, i sacerdoti che mi insegnavano le Scritture della mia tradizione non sapevano nulla del fenomeno chiamato morte e si sentivano a disagio quando ne parlavo. Perché?

Seppi poi che non era una reazione tipica occidentale. Ho avuto infatti continue occasioni di vivere in Oriente ed essere in contatto con gli orientali e con le loro tradizioni. La morte è temuta da tutti. La Katha Upanishad, la scrittura del Vedanta completamente dedicata alla morte, inizia infatti con  un’affermazione molto chiara (1,2,7):

«Molti non riescono neppure a udir parlare (del passaggio all’aldilà); molti, pur udendone parlare, non sanno intenderlo; una rarità è un maestro capace che sappia spiegarlo; una rarità chi, istruito da un esperto, giunga a conoscerlo».

Nel Mahabharata al saggio Yudhisthira fu chiesto: «Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?» Yudhisthira rispose: «Che un uomo, vedendo gli altri morire intorno a lui, non pensi mai che anch’egli morirà». […]

Il Corano incoraggia la gente a non temere la morte ma ad accettarla con pazienza e certezza perché la morte fa parte del processo della vita, e ad avere sempre in mente l’idea serena che la morte non è la fine della vita. Parlando dei morti dice: «Non credete che i vostri amati abbiano cessato di esistere. I morti, e lo dico in verità, sono più vivi di coloro che vivono» (Corano, 3,169). […]



La paura della morte fa parte del naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo, ma da noi in Occidente non vi è solo timore per un processo che non si conosce, una paura dell’ignoto, vi è una vera e propria ossessione. Credo che essa sia dovuta ad un errore fondamentale e cioè al ritenere che la nostra esistenza si svolga nel seguente modo: si pensa che la vita cominci con la nascita, prosegua per un certo numero di anni, contati dal nostro destino, e termini con la morte. La nascita diventa così l’inizio della vita, la morte diventa così la fine della vita.

In questa vita noi ci identifichiamo con ogni cosa che abbiamo, che siamo, che saremo. La morte diventa la fine di tutto, la separazione totale dal nostro corpo, dai nostri averi, dai nostri familiari, dai nostri sentimenti, e da questo nascono per estrapolazione tutti gli altri nostri problemi, le nostre paure, le nostre ansie, le nostre angosce.

La morte è diventata la nostra peggior nemica. È così che la vediamo perché è così che ci viene insegnata.

Esattamente l’opposto di quello che dicono i libri sapienziali di tutte le tradizioni ed i grandi saggi di ogni epoca:

«La morte non è la fine della vita. È invece un aspetto della vita. È qualcosa che accade nel corso della vita. È necessaria per la nostra evoluzione. La morte non è l’opposto della vita. È solo una fase della vita. La vita continua a fluire senza sosta» (Swami Sivananda);

«Perché gli uomini muoiono lamentandosi tanto? Come si insegna ai bambini la matematica, la scrittura e tutto ciò che deve essere imparato bisogna insegnare loro anche la grande dignità della morte… Noi non sappiamo vivere e per questo non sappiamo morire. Finché avremo paura della vita, avremo paura della morte» (Sri Aurobindo);

«La nascita non arresta la morte. La morte non arresta la nascita» (Dogen);

«Colui che sa che l’anima è saggezza, senza vecchiaia, eternamente giovane, non teme la morte, poiché sarà libero dai propri desideri; immortale, perché saprà di essere l’unica cosa esistente, libero da ogni mancanza» (Atharva Veda, 10,8,43-44).


Perché esiste la morte
Nella sezione “Mokshadharma” del Mahabharata, il saggio Yudistira chiede a Bishma cosa sia la morte e perché esista. Bishma racconta che Dio, essendo creatore, assolve questo suo compito senza sosta in questo universo. Ma un tempo, non essendoci la morte, ogni cosa cresceva e si moltiplicava, nasceva, viveva ed invecchiava, ma non moriva. Dio cominciò a preoccuparsi di una situazione che diveniva esasperata. Non potendo distruggere tutti per ristabilire un equilibrio, chiamò Mrityu, l’energia che sostiene la vita, e diede ordine che questa energia svolgesse il suo compito solo per un certo numero di anni, in maniera differenziata per ogni specie e per ogni individuo. Questo fu reso noto in tutto l’universo, così che la morte non fosse considerata solo un evento individuale ma che tutti sapessero che chi viene al mondo attraverso un qualsiasi tipo di nascita, dovrà necessariamente, scaduto il suo tempo, morire.

«Certa è la morte per chi è nato e certa è la nascita per chi è morto. Quando vi è nascita, vi è morte. Quando vi è morte, vi è rinascita» (Bhagavad Gita, 2,27).

«Si nasce e si muore, si rinasce e si muore di nuovo. Si entra nel grembo di una madre numerose volte» (Adi Shankaracharya. Carpatapanjarika Stotram).

«Oggi celebrano il cordoglio; domani sarà il loro turno di essere oggetto di cordoglio» (Proverbio cinese).

Possiamo prepararci a morire?

Come possiamo fare amicizia con la nostra mente, per evitare che ci crei dei problemi in punto di morte?

La Bhagavad Gita (8,5) rassicura tutti dicendo: «Comunque, se al momento della morte esci dal tuo corpo, ricordando me soltanto, allora ti fonderai con me».

Per poter pensare soltanto a Dio al momento della morte, la paura della morte deve aver trovato soluzione da tempo. Ciò non avviene con una conoscenza teorica della morte, ma soltanto con una pratica costante di meditazione che ci permetta non solo di conoscere la via che porta allo stato trascendentale dell’Essere, ma di avere con il nostro Sé assoluta familiarità.

«Ho visto il mio signore con gli occhi del mio cuore e gli ho chiesto: “Chi sei?”. Egli mi ha risposto: “Te”» (Al-Hallaj).

«Espongo me stesso alla morte ogni giorno. […] Bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità, e che questo mortale rivesta immortalità. E quando questo corruttibile sarà vestito di incorruttibilità, e questo mortale di immortalità allora sarà adempiuta la parola che è scritta. “La morte è stata sommersa nella vittoria. Oh morte dove è più la tua vittoria? Oh morte dove è il tuo dardo?”» (Paolo, 1 Corinzi, 15,31 e 53-55).

Solo così le paure, le ansie, le angosce, il dolore del distacco saranno da lungo tempo superate e la via luminosa che porta all’incontro con il Divino trascendente si aprirà di fronte a noi.

L’ultimo pensiero ed emozione
Essi sono di enorme impatto sul nostro immediato futuro dopo la soglia della morte. Questa è la ragione veramente essenziale dell’accompagnamento del morente. Insieme a un’opera umana e a un desiderio meraviglioso di esprimere compassione, l’assistenza al morente dovrebbe servire per indirizzare la sua attenzione sulla vera natura della morte, cioè la realizzazione del Divino. Dovremmo tutti morire con un pensiero soltanto: la certezza e la splendida aspettativa di unirci a Dio.

«L’ultimo pensiero al momento della morte ha un effetto causale di grande importanza sul nostro futuro» (Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire). […]

«Pensate a Dio al momento della morte e lo realizzerete» (Anandamayi Ma).

«La nuova incarnazione è determinata dai pensieri che il defunto ha al momento della sua morte» (Narada-parivrajaka Up.).

«L’ultimo pensiero di un uomo determina il suo futuro destino. L’uomo desidera sempre morire in pace con la sua mente fissa in Dio. Per questa ragione si cantano al capezzale di un morente la Bhagavad Gita od i Vishnu Sahasranama [i mille nomi di Vishnu], per aiutare il morente a dimenticare i suoi attaccamenti e pensare a Dio. È tuttavia difficile conservare la coscienza di Dio in quei momenti se non si è disciplinata la mente con le pratiche nel periodo della vita. Non viene dalla pratica di un paio di giorni, o di una settimana o di un mese» (Swami Sivananda, Bliss Divine).


Non avere più attaccamenti
S’intende l’attaccamento che proviamo per proprietà, amicizie, moglie, marito, figli, persone care, vita, eccetera. Non avere attaccamenti non significa non amare, ma essere profondamente certi che amore non significa possesso.

Kahlil Gibran ci sollecita a farlo con due risposte; nella spiegazione del matrimonio dice: «Amatevi l’un l’altra ma non fatene una prigione d’amore […] Riempitevi a vicenda le coppe, ma non bevete da una coppa sola. Datevi cibo a vicenda ma non mangiate dello stesso pane. Cantate e danzate insieme e siate giocondi, ma ognuno di voi sia solo, come sole sono le corde del liuto, sebbene vibrino di una musica uguale» e quando parla dei figli dice: «I vostri figli non sono i vostri figli […] essi non vengono da voi ma attraverso di voi e non vi appartengono, benché viviate insieme» (Kahlil Gibran, Il Profeta).

Questo raggiungimento è senz’altro molto difficile. In sanscrito è chiamato vairagya e può essere perseguito solo praticando costantemente la meditazione. La meditazione è la forma più alta di distacco, perché ci allontana dalla consapevolezza di essere il nostro corpo, di essere la nostra mente. Durante la meditazione la nostra vera identità è con il Sé, e da quella prospettiva possiamo vedere il nostro corpo funzionare, la nostra mente pensare, diventando così certi di non essere né le nostre azioni, né i nostri pensieri né i nostri desideri. Essi scorrono come un film sullo schermo della nostra mente mentre il Sé, che siamo noi, osserva, non coinvolto. «Chi non si è staccato dal peccato, o non è tranquillo, equanime e focalizzato, non ha la mente serena e quindi non riesce a raggiungermi con piena conoscenza» (Katha Up. 2,24).


Testamento molto chiaro ed equilibrato
Discutetelo con i vostri figli in vita. Tutto sia accettato da tutti. Una delle ragioni di litigio più ricorrenti tra i vari componenti di una famiglia è il testamento del padre o della madre. Nella nostra tradizione il testamento non solo non viene discusso con gli eredi, ma viene tenuto segreto o depositato addirittura da un notaio. Spesso, in maniera espressa o subdola, è motivo di ricatto morale. L’apertura del testamento è sempre un momento di incertezza, di esaltazione o di delusione. Ancora oggi vi sono famiglie che non hanno più nessun rapporto o addirittura sono ancora in completa rottura per il testamento di un bisnonno. I pronipoti probabilmente non conoscono nemmeno più i motivi per i quali è loro negato di avere rapporti.

I Libri sapienziali e le esperienze di pre-morte (NDE) sono estremamente chiari in proposito. Dicono che, al di là della soglia della morte, per un periodo di tempo più o meno lungo, il morto continua a vivere e a presenziare alle vicende della propria famiglia. Sarà quindi presente certamente all’apertura del testamento, specie se questo, di proposito, favorisce uno o più membri a scapito di altri. Qualsiasi inadempienza al testamento, o qualsiasi rifiuto di accettazione, causerà nel morto uno stato di agitazione e di reazione. Questi stati lo terranno ancor più legato ad un piano di esistenza che egli invece dovrebbe lasciare in tutta serenità.

Atmosfera più serena possibile
S’intende che debba essere senza forti emozioni. Dovremmo cercare di mantenere l’atmosfera intorno al morente assai serena. Egli infatti non va distratto dall’unico pensiero che è a quel punto veramente importante: il pensiero di Dio. Qualsiasi argomento o emozione sarà causa di distrazione dall’unico obiettivo che va perseguito. Bisognerebbe permettere al morente di aprire se stesso all’esperienza della sua natura trascendentale anche se egli non ne avesse mai percepita l’esistenza, e questo potrà essere fatto soltanto da un’assistenza silenziosa, compassionevole ed amorevole. Lo stato mentale al momento della morte è di cruciale importanza:

«In punto di morte di solito gli atteggiamenti con i quali si ha una lunga consuetudine prendono il sopravvento e dirigono la rinascita. Per lo stesso motivo si genera un forte attaccamento verso noi stessi, perché temiamo di entrare in uno stato di non esistenza. Questo attaccamento svolge una importante funzione al momento della morte e negli stadi successivi. Lo stato mentale al momento della morte è quindi decisivo» (Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire).

«Quando il Profeta, a lui il saluto e la benedizione, uscì con noi dalla moschea, incontrammo un uomo: “O inviato di Dio, a quando l’ora ultima?”. Il santo profeta gli rispose: “Cos’hai preparato in vista di quell’ora?”. L’uomo disse: “O inviato di Dio, in vista di quella, non ho detto molte preghiere, né molte ripetizioni del nome, ma ho amato Dio nel suo inviato”. Maometto sorrise e rispose: “Allora tu sarai con chi hai amato”» (Anas Ibn Malik).

Sistemare i problemi irrisolti
Sarebbe indispensabile nella vita non avere mai contrasti con nessuno, ma ciò è veramente difficile, spesso impossibile, perché i contrasti fanno parte del nostro karma. Il karma è il risultato di azioni compiute nel passato. In ogni caso dovremo cercare di risolvere queste difficoltà di rapporto, sia chiedendo la collaborazione dell’altra persona, sia, se questa non accetta nessuna soluzione, avendo assolutamente chiarito all’interno di noi che ogni onda di reazione ad azioni passate è scomparsa.

A questo proposito vi voglio raccontare una storia che divertiva molto il mio guru. Una moglie si era accorta che il marito la tradiva e aveva reagito, come ben potete immaginare, con molta violenza. Il marito, pentito del tradimento, promise che non avrebbe continuato la relazione adulterina se la moglie lo avesse completamente perdonato e avesse dimenticato l’episodio. La moglie acconsentì, ma, in ogni momento successivo di incomprensione, ricordava al marito la sua debolezza. A un certo punto il marito reagì e disse: «Avevi detto che avresti dimenticato e invece persisti nel ricordare». «No – rispose la moglie, – io ho completamente dimenticato, ma lo ricordo a te, perché sei tu che non devi dimenticarlo!»

Non è ovviamente questo che intendo per risolvere i problemi aperti. Bisogna essere certi che in tutta innocenza i nostri problemi irrisolti abbiano, almeno per noi, trovato definitiva soluzione.


L’autorizzazione a morire
È importante ricevere dai parenti l’autorizzazione a morire e dare a noi stessi la stessa autorizzazione. Bisognerebbe cercare di arrivare al momento della morte avendo chiarito assai bene la sua ragione e i suoi aspetti positivi. Solo se questi saranno chiari saremo in grado di accettare la nostra morte e quella degli altri in qualunque modo e momento essa avvenga. Si attraversano molte fasi nell’agonia, ma l’augurio che facciamo ad ogni essere umano è quello di arrivare a varcare la soglia tra questo e l’altro mondo in assoluta accettazione, pace e armonia. Vi sono due tipi di accettazione: una è passiva, e consiste nel vivere la morte come il peggiore dei mali, ma tuttavia inevitabile; vorremmo cercare in tutti i modi di evitare la morte, perché la riteniamo la nostra peggiore nemica, ma la natura reclama i suoi diritti e a questi dobbiamo piegarci. Moriremo quindi in un’accettazione dolorosa. Il secondo tipo di accettazione è attivo: abbiamo ormai consolidato all’interno di noi le ragioni profonde dell’esistenza della morte, e siamo assolutamente certi che essa sia una benedizione per l’uomo, così come lo è stata la nascita; il cammino evolutivo ha bisogno dell’alternarsi di questi due momenti nel ciclo della vita. Saremo quindi contenti di essere nati, contenti di vivere, contenti di vivere a lungo, contenti di morire.
«Colui che sa che l’anima è saggezza, senza vecchiaia, eternamente giovane, non teme la morte, poiché sarà libero dai propri desideri, immortale, perché saprà di essere l’unica cosa esistente, libero da ogni mancanza» (Atharva Veda, 10,8,43-44).

«Morire non è altro che cambiare vestito» (Anandamayi Ma).

«Sperimentato l’Infinito, siamo liberi dalla morte e la vita diviene un gioco della nostra esistenza terrena» (Vivekananda).

«Dopo aver perduto suo figlio, Rabbi seguiva il feretro danzando. Alcuni Chassidim furono stupiti. Rabbi spiegò: “È un’anima pura che mi è stata affidata. Quest’anima pura oggi rendo al Divino”» (Rabbi Levi Yitzchak).


Tratto da : Cesare Boni “Dove va l'anima dopo la morte”

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